Anche nel più scomodo dei pub è importante dirsi “parlo con lui, con lei”.

Fondamentalmente chiunque di noi può andare e stare dove vuole. In realtà ci si uniforma anche nelle mete, lo si vede nei viaggi, nelle gite e perfino nelle uscite pomeridiane. Andare e stare dove ci sono anche gli altri non è un demerito o una mancanza di fantasia, è un istinto. Ci si vede volentieri insieme agli altri, si prova ebbrezza, si ha la sensazione di non essersi autoemarginati con decisioni più “originali.” L’originalità, per quanto possa essere apprezzata, non è una buona consigliera. La si stima soprattutto nelle arti dove sembra (sembra) che l’artista debba sbaragliare ciò che ha fatto il suo tempo.

Per poter amare o prediligere il vecchio, è necessario scorgere le spinte verso il nuovo e ritenerle ragionevolmente goffe.

La sera, nell’ora in cui figure e figuranti devono presentarsi all’appuntamento con la vita (vassoi di salatini Cocacola…), con un dj nel fianco che ti squarcia il fegato, che delizia farsi trovare-vedere tra le cosce snelle del Notturno Rito, cioè a dire nei bar, nei cinema, nei pub. Ma ci si va da soli o in compagnia? Alcuni locali odierni – come pub e discoteche – sembra che assorbano anche i solitari. Li schiacciano contro il seno della moltitudine che ai ragazzi appare come una ragazza collettiva dal palato roseo e alle  femminucce come una selva di bicipiti tatuati – tu ci guardi dentro, al palato, muovi la lingua e sei a posto. La vita ti cresce dentro non sai nemmeno perché e con essa ti cresce il desiderio d’ogni cosa viva.

Certe sere, in questa moltitudine, scorgi il diversamente abile che ha trovato un passaggio per infilarsi in questo roseo palato di femmine e maschi niente male. E ci sta da figo quando lo vedi parlare ridere scherzare. Ma non tutte le sere è così. A volte lo vedi con le sopracciglia che gli cadono giù, la bocca stampata in una espressione di disincanto, nessuno che lo cachi. Soffre? ti chiedi. Non più di quanto soffrirebbe un sicuramente abile senza una parolina che disintegri la musichetta rumorosa e gli si infili tra i denti con lo stuzzichino…

Neanche gli abili per modo di dire desiderano stare da soli tra i tanti. Anzi, quando si è soli e non si è nemmeno dei disabili, la sofferenza è più acuta, parte dall’essersi detto nell’intimo (che accoglie di tutto…) che se un disabile non è oggetto di un approccio, sembrerebbe quasi giustificato date le sue condizioni che forse non farebbero sognare nemmeno i santi, mentre uno che inneggia al bailamme col suo virile bicchiere di birra in mano, ignorato come una mosca, incomincia a farsi delle domande pericolose che potrebbero portarlo perfino nel bagno…

Così, con tutta la libertà che abbiamo di andare di qua e di là, di essere dove ci pare, siamo ancora nelle condizioni psicosociologiche di dover esibire un alibi quando stiamo da soli tra i tanti: sto con lui o con lei e appunto l’alibi che ci facilita la vita, non occorre farci qualcosa con lui o con lei, l’importante è che lui-lei si presentino e si facciano leggere come figure, non gli si chiede altro. Se si capisce che siete con una figura, siete a posto, cioè nel limbo degli dei, i quali devono la loro vita ad un popolo di figurativi che continua a produrne a dispetto dei cervellotici astratti che non hanno mai dato da mangiare ai cani…

Non c’è bisogno che lui o lei siano amici. Se uno vi sorprende con lo sguardo lì dove siete – nel pub – è importante potersi dire parlo con lui o con lei. Ecco sistemato chi spia i vostri movimenti. Ma chi è che vi spia? Voi. Sieti i primi a spiare le vostre mosse. Quelli che vi hanno visto là dove siete, non gli importa nulla che siate o meno con un cane che vi lecca il muso.

Anzi chi vi guarda vi assiste. Spera che non possa capitarvi nulla di peggio che andare alla ricerca disperata di un alibi per essere lì dove siete. Il peggio sarebbe non avere un alibi per essere.

Modugno 6. luglio 2011    tra nuvole e sole

Vito Ventrella

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