Alberto Savinio, ASCOLTO IL TUO CUORE, CITTA’

Savinio

Savinio

Dallo “sterminato autobiografismo” di Savinio (Alfredo Giuliani, Introduzione: ‘Savinio dei fantasmi’, pp.VII-XVII, a: Alberto Savinio, “Hermaphrodito e altri romanzi”, Milano, Adelphi, 1995, p.XXXVI): “..Benché io abbia consumata la vita negli studi, e continui a studiare tuttavia come se ogni mia giornata fosse la vigilia d’un esame, studente io non sono e non sono mai stato, onde gli studenti e la loro vita hanno ancora per me il malinconico fascino dei desideri inappagati.
Gli studenti sono creature singolari. Non vivono come noi. Invertono l’ordine solare, e della notte fanno giorno, del giorno notte…Penso quell’ultimo atto dell’infanzia; quell’infanzia più violenta e vissuta da adulti. Penso quello sfogo supremo dell’istinto, prima dell’imprigionamento nell’ordine, prima del passo misurato alla lunghezza della gamba, prima della voce bassa e grigia che, para para, traverserà la vita e arriverà alla soglia della morte.Penso quella vita foresta, che secondo i casi diverrà giardino o frutteto, orto o terreno brullo, sparso di margherite o di vecchi pitali rotti.: Catrafossi, p.49;

“A conclusione della mia visita all’Accademia di Brera, Francesco Messina mi fa entrare nella classe di scultura, nella quale egli stesso professa. Dalla soglia egli annuncia ad alta e chiara voce il mio nome. Gli allievi intenti a modellare la creta si levano dagli scanni e levano il braccio al saluto [romano]; e il braccio al saluto leva pure l’ignuda fanciulla che sta ritta sulla pedana del modello. Una vampa di vergogna mi offusca la vista, e a testa bassa, come il toro che s’accinge all’attacco, traverso l’aula fra i trespoli dietro il mio gentile amico, fingendo di guardare qua e là, ma nulla vedendo delle esercitazioni di quegli scultori in erba..

“Penso con gratitudine, come il naufrago dal rottame cui si aggrappa pensa alla terraferma, ai miei lavori segreti e alla mia vita solitaria, così bene intonati all’estrema timidezza del mio carattere; e penso allo sforzo, all’allenamento cui mi sarei dovuto sobbarcare se invece che ai lavori poetici e alla vita solitaria mi fossi avviato, come volevano i miei genitori, alla vita di azione.”: Concon, p.312.

Da “quel dilettarsi e divagare, che sono in tutte le cose di Savinio, che vi si dica d’un viaggio o d’un libro, d’una pittura o d’uno spettacolo, d’un personaggio o d’un fatto di cronaca” (Leonardo Sciascia, Introduzione: ‘Savinio o della conversazione’ a: Alberto Savinio, “Scritti dispersi 1943-1952″, Milano, Bompiani, 1989), Il cavallo di Romeo:
“Amo così poco le enciclopedie ed esse così poco mi contentano, che sto provvedendo a farmi un’enciclopedia da me e per mio uso personale; l'”Enciclopedia compilata da Francesco Predari”, del 1861, che alla voce ‘Padova’ non menziona la Cappella degli Scrovegni; la sua scoperta: “Quando traverso la soglia, il tempo d’improvviso s’arrotola a ritroso, e rientro, bambino, nella mia camera dei giochi.. La pittura di Giotto è la mamma dei giocattoli. La composizione segue le istruzioni del ‘Piccolo architetto’. Questi colori schietti, vivaci,sono quegli stessi che brillavano sui dadi, sulle palle, sui birilli della mia infanzia. Ed ecco laggiù il mio cavallo a dondolo…Anche il paesaggio è fatto a pezzi di ricambio. Smontabili le case e di rado più d’una casa, più d’una collina, più d’un albero in ciascuno di questi rettangolini colorati. Intelligenza della poesia, misura del modo di comporre e raggruppare le cose poetiche. Gusto del tipo unico, dell’unico esemplare.Scatola per le ombre non c’è, perché i personaggi di Giotto non hanno ombra. C’è appena sotto il personaggio un leggero umidore, ma l’ombra portata manca, quell’ombra che è l’anima del personaggio, il suo alter ego, il suo ka. Inquilini d’un mondo metafisico, i personaggi di Giotto non hanno ombra…
Il custode chiude a chiave la porta dietro a me, e se ne va a magnàr ‘na feta de polenta.”; l’affresco di Campigli, in palazzo del “Bo”, sede dell’Università, con una scena della vita di Tito Livio; l’illustrazione grafica, all’interno del Palazzo della Ragione, delle profezie di Nostradamus; quello palladiano di Vicenza, detto Basilica, “salone” – come quello di Padova – “coperchiato da una nave capovolta” – “..L’architettura di Palladio è bella ma inutile. Gli inquilini della Villa della Rotonda hanno dovuto rinunciare a vivere da uomini, ossia in disordine e agitazione, e si sono dovuti restringere a vivere da dei, immobili in mezzo al salone, aggruppati in pose statuarie.” – e i ricordi fogazzariani:

“Ricordo l’ultimo tentativo di accostarmi ad Antonio Fogazzaro, e che risale al 1934. Era un morbido pomeriggio d’autunno. Stavamo presso Como, nelle villa d’una nostra amica, valente scrittrice. Propose d’andare in Valsolda a visitare la casa di Fogazzaro, che conosceva benissimo, essendo amica degli attuali proprietari..Tornavamo lemmi lemmi e saturi di malinconia all’automobile, allorché incontrammo il postino.
– Dite un po’, brav’uomo – domandò la valente scrittrice – non ci abita più nessuno in casa Fogazzaro? -.
– Ma l’è minga questa la ca’ del sciur Fugassaro – disse infine quel modesto funzionario. – La ca’ del sciur Fugassaro l’è pussée in giò. Ghe sta la sciura marchesa. Voeren vedella? Venimm adrée -“.

Alberto Savinio, ASCOLTO IL TUO CUORE, CITTA’. Milano, Adelphi Edizioni, 1984, pp.1-396

“Buttarsi di dosso idee, pensieri, immagini comuni. Che importa se le città si capovolgono, le piramidi poggiano sulla punta e gli uomini mi guardano con due occhi piantati sulle chiappe? Purificarsi bisogna, e non serbare se non quello che possiamo garantire come nostra propria creazione. Non io sono nel mondo, ma il mondo è in me. E un giorno andarcene con tutto il carico delle cose nostre, come nave che esce dal porto greve la stiva di un universo smontato e imballato, e lasciando il vuoto dietro a noi e il vento della nostra dipartita.”
[Irromentabile, p.371]

“L’analogia è una forma di civismo, di socievolezza letteraria. Guai se ci mancasse attorno il tessuto delle analogie…Nel lavoro di composizione, quasi ogni immagine di persona o di cosa viene fuori accompagnata naturalmente da un “come”: il tale è “come”, la tale cosa è “come”. Poi molti “come” la revisione li elimina per ragioni di nettezza, eleganza di periodo; ma l’analogia rimane sotto la pelle della pagina.” [Irromentabile, p.366]

“Si tratta di vedere le cose che gli altri non vedono: quelle che vivono all’ombra delle sorelle ammirate: le cenerentole della città. Si tratta di vedere le cose che vedono anche gli altri, ma nei momenti in cui gli altri non le guardano, e quelle dimettono la rigidità della posa, si abbandonano, respirano più tranquille.”
[Catrafossi, p.37]

El Vanièr, p.11, Catrafossi, p.33, Il cavallo di Romeo, p.58, Figlio di Maria, p.86, Fallatajà, p.119, Bululù, p.152,Garibaldoff, p.172, I cinque teatrini della crudeltà, p.193, L’omenone ferito, p.204, Lelefante, p.214, Ala-Reiks, p.233, Telekeli-li, p.256, A ufo, p.268, Concon, p., quasi287, O velatissima verità, p.313, Baba, p.338, Irromentabile, p.363, Pagine aggiunte, p.385, Note di Taccuino, p.391.


(A cura di Beppe Ottone)

Leave a Comment