Frammenti e libellule

Bacio saffico

Bacio saffico

FRAMMENTI
La ricomposizione implica che qualcosa è andato in frantumi, distrutto, scomposto nelle sue parti, abbandonato al proprio stato per tutto il tempo in cui uno sguardo – passando per di là, che è il luogo stesso della frana in cui i sentimenti sono stati precipitati – non ha attivato il processo di ripresa riportando la deriva del mondo osservato al momento in cui le sue parti erano unite e facenti capo ad un motore o a un cuore.
Una sorta di ricognizione del dolore è indispensabile anche là dove i corpi, apparentemente sani e incolumi, sono esposti a tensioni e lacerazioni interne così devastanti da produrre uno stato di morbosità temporanea o permanente. Noi vivi, intrecciati ad uno spirito inquieto, ne prendiamo la forma e portiamo in giro la nostra disomogeneità rispetto a quella che era la forma primigenia del nostro soma. Guardate il vostro volto e osservate il punto in cui una parte di esso desiderava separarsi dalle vostre decisioni. Lì, in quella “frattura”, è nata una opposizione che vi traduce. Ma di solito non siamo così pazienti da prestar fede a delle lesioni invisibili; un colpo di fard, una mano di crema, uno spruzzo di dopobarba e via.

Il volto sa di essere nascosto. La bellezza è legge impositiva, l’inferno del dolore va ripopolato di angelici canti. Il viso è il cantore delle nostre pene tramutate in piacere dell’essere o di essere qualcosa fuori di noi. La frattura invece mostra la distanza tra l’io e l’essere, è subito precipite, scivola nel cuore come una cesura incolmabile, s’apre a un grido.
Ed eccolo qui, in queste opere, il grido della bestia mansueta che è stata non da oggi gettata nello scompiglio: il grido che ne esce si trasforma in piacere estetico per essere visto, guardato, contemplato in un’aura di estremo narcisismo, come ci mostra l’individuo nella teca, un calco avvolto in una sorta di festa ormonale che scaglia la notte di una terra delirante in un lontano Big Bang vesuviano.

Nella frattura si annida il momento in cui il mondo cede al pianto, alla pietà, alla Vita vera, ossia alla fragilità dell’essere umano che nulla e nessuno, fino ad oggi, ha reso incorruttibile e che, a dispetto dei centenari della Bibbia, continua a mostrarci, con le sue deboli caviglie, il polso della situazione oggi decisamente dolente, avversa all’Uomo Puro, a colui o colei che lotta per costituirsi in famiglia e onorarla col suo lavoro.

LIBELLULE

La particolarità di queste opere è la piegatura e a volte la cucitura con un che di hard, ganci, chiodi, anelli. Per tutto il tempo in cui le ho realizzate mi ha tenuto compagnia una libellula, una fragile creatura. La piegatura assume il senso del suo contrario, dello spiegare o dispiegare. In genere si dispiegano le ali per prendere il volo. E le immagini di questi collage sono gonfie, come se stessero sul punto di staccarsi dal fondo. Il cartone delle Libellule ha il colore della crema, la crema è sublime, qui è la superficie sublimata dell’immenso mercato del pianeta quanto più sporco, corrotto dalle nostre virtù pubbliche e private. Data la leggerezza, si presta ad essere manovrato nel senso di incartarsene, flettersi, restare in piedi, piegarsi. Ma le virtù incartate non piacciono a nessuno, tagliarlo è già scolpirlo, stenderlo sulla parete o “contro il muro” è come punirlo per essersi invaghito di una personalità tridimensionale che ha fatto di Esso non un contenuto ma un contenitore che raggiunge i posti più lontani del pianeta, pieno di notizie non sempre buone, non sempre vestibili e commestibili.

D’altronde affidarlo alla raccolta differenziata vuol dire schiacciarlo. Il suo recupero è a basso costo, la tensione artistica si applica su quella goffaggine umanoide cui si è prestato nella transazione commerciale. Non si può dire che non sia nessuno. È il Goffo che quando si gonfia impartisce all’uomo lezioni di geometria, è di una fragilità che nulla ha potuto scalfire, è stato difeso dalla società in cui più di un bimbo è stato abbandonato in macchina, è arrivato nel mio studio incolume, ad una dimensione ed è stato come se mi chiedesse, “ Fammi male perché io possa diventare la carne dell’ uomo”.

Era l’ultimo desiderio di un moribondo, ho pensato di esaudirlo. Non l’ho usato come cerotto per coprire le fratture delle icone di Mimmo Ventrella. Gli ho rovesciato addosso i buchi dei bilanci e i tagli degli stipendi e delle pensioni, le stimmate dei disoccupati, in alcuni casi ne ho fatto delle protesi per tenere in piedi delle vite malferme prossime alla solitudine e alla morte, l’ho accostato al bacio casto di un segnalibro di Mimmo Ventrella e ne ho fatto un sostegno per uno saffico, la signora sulla sdraio aveva bisogno di qualcosa di lieve per addormentarsi per sempre sotto il sole, l’ho utilizzato come paracadute per quei corpi che si contorcono nello spazio, perciò quello che risulta è finalmente un cartone felice per essere stato accostato e impestato della felicità aggressiva di YAMAMAY.


Vito Ventrella

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