ANCORA TU, oh come non ti amo più

tuOggi la Repubblica titola MANOVRA, ANCORA TU.
Chi scrive articoli, romanzi, giornali, saggi, oggi tende ad uscire dalle gabbie del formalismo, a familiarizzare col lettore proponendogli fin dal titolo una scrittura gustosa che gli si attacca, con ciò venendo meno a volte anche alla chiarezza: manovra ancora tu, ditemi se sbaglio, vuol dire dare del tu ad una manovra – che non è una signora e nemmeno una distinta manovra, anzi sembra che non si distingua da altre già accennate, rientrate, riproposte eccetera.

Non ho ancora aperto il giornale, ho poca voglia di leggere i dettagli di una manovra ancorata alla precedente. E siccome dopo quell’ancora non mi aspetto novità, mi pento di averlo preso, il giornale. Se a me annoia un titolo così, un ragazzo ne viene deviato linguisticamente, potrebbe non afferrare il sottinteso rivolto al Governo che fa la manovra.
Manovra ancora tu, altro non è che “Governo ancora tu con questa cacchio di manovra con cui noi giornalisti non possiamo affascinare i lettori.” È un lamento camuffato da una presa di coscienza alquanto annoiata.

Vuol dire mettersi al di sopra delle novità che non sono tali. E se non c’è altro da dire si lascia la pagina in bianco – sapeste che effettaccio! D’altronde le cose da dire vengono ripetute (riprese da un altro punto di vista) all’interno del medesimo giornale che guadagna pagine – ma è questo che si vuole? riempire le pagine del già detto? No, a giudicare dal giudizio reattivo insito nel titolo: e facciamola finita con questa manovra!
No, temo che un giovane non si entusiasmi per questa apertura.


Vito Ventrella

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