Da Hong Kong con gli ombrelli

elliQuesto articolo, pubblicato il 16 ottobre 2014, reputo che vada bene anche oggi 2 ottobre 2019.

La “rivoluzione degli ombrelli” di Hong Kong, mi chiedo se era il momento ideale per farla e se, fare le cose nel momento sbagliato, non possa essere un’attrazione fatale. Potrebbe essere sbagliato il momento in cui tutte le primavere arabe sono fallite con conseguenze tragiche, sbagliato il momento in cui si scopre che anche Kiev è passata dall’indignazione, la denuncia del sopruso, alla conseguente reazione della vittima, quindi alla persecuzione dei filorussi.

Come si fa a pensare che la Cina possa aprirsi a un anelito di libertà senza avvertire intorno a sé la pressione di altre nazioni che l’hanno concessa? Concessa da poco, intendo, non cinquanta’anni fa, un tempo che si reputa talmente lungo da potersi dire (per chi volesse svalutarne i meriti) che allora le condizioni sociopolitiche del mondo erano diverse, non c’era la globalizzazione, così pericolosa sotto gli aspetti ideologici dal punto di vista del despota.

Putin ha forse lasciato libera l’Ucraina con chi fidanzarsi socialmente ed economicamente? Neanche per sogno. Sappiamo già che a Kiev sarà un brutto inverno e che perfino la qualità del nostro inverno dipenderà dai venti di guerra che spirano da quelle regioni. E Bashar al-Assad, ha lasciato liberi i rivoltosi di impossessarsi del suo reame o sta tentando di decimarli?

E Israele, ha forse deciso di accettare la coabitazione con la Palestina sulla terra calpestata da Gesù? E la Turchia, ha mai pensato di scongelare Ocalan e concedergli di essere il capo di uno stato Curdo?

Per dire. Gli eventi internazionali in cui è esplosa la rivolta dei giovani di Hong Kong avevano il respiro corto, il fiato gli si congelava sui vetri di una malinconica finestra, non andavano oltre un mah.

Non si poteva nemmeno ricorrere al mitico 1989 per dire, forza ragazzi, riprendiamoci la piazza, non si poteva dire perché quella piazza – che tra l’altro si chiama Tien-An-Men ed era a Pechino – è invecchiata coi quei giovani che si sono esibiti e immolati in essa per tenerla in pugno.

Però si può sempre dire che il momento giusto di chiedere più libertà, meno grigiore sociale, è quello imposto dallo spirito, da una lunga oppressione, da una altrettanta lunga e colpevole passività verso un potere che esaspera. E su questo sarei d’accordo. La libertà, il suo prezioso anelito, si presenta come l’amore che travolge le resistenze e si impone andando verso la vita o la morte.

Quanto a noi, non siamo in grado di criticare i contestatori, anche questo mi si può dire. Anzi, noi occidentali, espropriati dello spirito rivoluzionario dalle nostre belle Costituzioni, prendiamo in carico qualsiasi rivoluzione, ce ne facciamo paladini, lo abbiamo fatto con le rivoluzioni arabe finite in un nulla di fatto se non peggio. Quando si tratta di aderire alle richiesta di un sorriso, non ci facciamo pregare, siamo o ci sembra di essere liberi di ridere e far ridere coi nostri premier. E quando qualcuno di noi urla e minaccia di fare una rivoluzione “nel paese più bello del mondo”, gli diamo del poveraccio, giustificati dalla democrazia che, nel bene e nel male, regna da noi, tanto da non farci sentire alcuna voglia di andare in piazza a chiedere libertà, autonomia; semmai, in certi momenti, pensiamo (ci accusano) di averne fin troppa e che, a chiederne di più, faremmo un piacere a quelli che ne hanno già tanta…

Per cui, sì, ci sentiamo mobilitati a rivoluzionare i concetti di poco e tanto adattandoli alle circostanze e alle tasche. La stagione in cui in tasca avevamo soltanto i pugni, non ci interessa più. In tasca c’è rimasto ben poco per impegnarlo in una rivoluzione. Tutto quello che abbiamo, cerchiamo di disimpegnarlo dal fisco. Questa è l’unica rivoluzione che ci attrae. La rivoluzione presuppone che ci sia uno Stato avverso alle aspirazioni dei cittadini. Da noi non c’è questo genere di Stato. Il nostro Stato si lascia facilmente aggirare dalle intenzioni dei suoi cittadini, anzi viene continuamente raggirato come un bambino.

ombrelLe nostre rivoluzioni sbattono il muso contro i cosiddetti “poteri forti”, un modo di dire – oscuro e ridicolo – che non se ne fa nulla, perché andando in piazza si rischia di trovarci quelli che hanno tutti gli interessi a “cavalcare il movimento”, com’è accaduto dal ’68 in poi.


Vito Ventrella

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