Decapitati i vertici del Pc di Wuhan

La peste nella Milano dei Promessi sposi

La peste nella Milano dei Promessi sposi

Decapitati i vertici del Pc di Wuhan. Come se bastasse questo perché non si riapra più quel mefitico mercato. Mi metto nei panni di chi non è stato infettato, uomini e donne che vivono di ciò che vendono. Dall’oggi al domani, per loro è la rovina. E piangeranno lacrime amare. Che ne sarà delle loro bestie, delle carni, andrà tutto al macero, ne bruceranno le carcasse, vita, guadagno e lavoro in fumo, saranno individuati le carni infette, saranno costretti a buttar via tutto sotto la minaccia delle armi?

Di queste cose non trapelerà nulla. Le donne non sorrideranno per un bel pezzo con questa paura in casa, e gli uomini cercheranno di trovare altre cose che le bestie da vendere, ma la gente seguiterà a comprare carne di bestie ammazzate sotto i loro occhi? Cambieranno la loro dieta, le loro preferenze culinarie?

Noi, a proposito di bestie appena macellate, s’è visto egli anni ’50’ qualche agnello sgocciolare fuori dell’uscio di casa – alcune case, poche, di contadini. Meno male che almeno i ricordi sono al sicuro, non possono essere infettati da virus o malattie strane.
La mia infanzia, nei ricordi, è infestata di bestie vive e morte – quando c’era ancora pulizia nella vita e nella morte – o forse non venivo a conoscenza delle contaminazioni e di untori e di monatti – di questi ho avuto notizia leggendo i “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, che nel suo libro parlava della peste a Milano – ne ricordo una pagina memorabile, di ciò che vide Renzo:
Pag 503 – “Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavano segno d’averle sparse tante; c’era in quel dolore un che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data in premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il corpo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza dei volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello che esprimeva ancora un sentimento.

Alessandro Manzoni, I PROMESSI SPOSI, edizione 1966 commentata con introduzione critica di Vittorio Spinazzola, pagg, 563, GARZANTI.


Vito Ventrella

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