L’uomo tra cultura e istinto

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Per inventarsi un lavoro, è necessario sentirsi respinti dal lavoro che non c’è.

Nella cultura c’è un tratto primordiale che nessuno potrà mai disconoscere: è come farsi un vestito, come rattoppare un paio di calzoni, come fabbricarsi un tegame per cuocere la pasta, come e dove trovare dei semi da far germogliare, come coltivare una pianta, come potare un albero se non vuoi che diventi un ammasso di rami senza frutto – quasi ogni giorno vedo un albero di silique con la sua chioma patriarcale ma senza una sola bacca; cultura è come allevare un bambino, cultura è come allevare il bestiame, come accudire un vecchio, come utilizzare un catetere, come rimettere a posto un arto o un ramo spezzato. Per fare queste ed altre simili cose è necessario averle imparate, praticate. Dunque la cultura non è istinto. Di istinto ci si disseta, si mangia, si fa l’amore, ci si ama, ci si odia, si stupra.

Questa cultura nell’era della robotica tende a scomparire, nella robotica rientra un comportamento cifrato che si attui sempre allo stesso modo e dia sempre gli stessi risultati; i comportamenti robotici sono adottati soprattutto dalle aziende per contenere i costi: un comportamento irripetibile sarebbe dannoso. Anche un atleta raggiunge gli stessi buoni risultati se si ripete. La ripetizione migliora le sue prestazioni.

Molte delle culture cui accennavo, dopo aver attraversato con successo il medioevo, hanno ricevuto un colpo di grazia negli anni Cinquanta con l’estendersi dell’industria. L’industria ha robotizzato l’artigiano, la bottega. Ma quel che è peggio è che, all’interno di un comportamento robotizzato, tende ad escludere il pensiero, la fantasia, e a far sì che il lavoro, quel lavoro, diventi una sorta di istinto. In questo modo il costo della mano d’opera tenderebbe ad abbassarsi non avendo da vantare il lavoratore nessuna intenzione, nessun atto creativo, nessuna partecipazione affettiva alla resa del prodotto. Ciò nonostante è questo il lavoro che assicura una pensione. E’ questo il lavoro di cui si lamenta l’assenza, vale a dire il lavoro “istintivo” che non toglie e non aggiunge nulla alla propria identità che, quando cessa di avere un carattere di urgenza, immobilizza la società in uno spazio privo di autonomia.
Chi non ha un lavoro, per strano che sia, ha la possibilità di inventarselo, ma non è detto che ci riesca se non ha imparato la tecnica per fare qualcosa, ossia se è completamente privo di cultura.

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This post has 1 Comment

  1. Enzo on 10 dicembre 2017 at 3:32 pm

    Pienamente d’accordo. E il bello è che poi ci si meraviglia se si affermano fenomeni come il gregge le bande di cervelli all’ammasso, e così via dicendo. Prima conclusione da ricavare: abolire l’insegnamento nei licei della filosofia.

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