Ora non più

teatroTrovare donne ammazzate sui giornali è diventata una consuetudine, non fai in tempo a conoscerle che sono morte. Cioè le conosci, sai chi sono, quando non ci sono più, quando sei costretto a vederle morte, deturpate, uccise. Le vedi sui giornali, oppure nell’immaginazione. Le segui per un po’, per qualche sentiero, poi rinunci a vederle. Di sé lasciano gli uccisori, gente che ingombra. Finiscono nella cronaca. Nelle discorsi sulla pena, sulle finalità del carcere, il carcere che rieduca, fin dove può – a volte succede, succede che dopo anni ci si renda conto della assurdità o della vanità del proprio gesto.

I morti si spogliano anche di coloro che li hanno uccisi per essere più leggeri. Chi non deve aspettare neanche il perdono, non ha futuro, si svolge, si accartoccia come una foglia nell’angolo in cui sconta la pena, si tratti di una cella o di un rifugio nella profondità dei ricordi o della terra – fuggire non può.

Se non correre è la morte dei vecchi, la vana attesa del risorto è il calvario degli assassini. Non saranno cercati dalla persona che hanno ammazzato – cioè non saranno cercati dall’unica persona con cui hanno un legame, l’averla uccisa.
È l’unica persona che gli è rimasta. Sono legati a lei più che se fosse viva. E non hanno ancora sofferto la sua mancanza- che comunque verrà. Basterà ricordare quando le hanno tenuto il polso per una qualsiasi cosa fatta o da fare, il contatto con le sue vene chiare, le vene dell’onda fattasi donna, così docile, così espansiva. Quando loro ne erano compresi.
Ora non più.


Vito Ventrella

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