Prima il mio nome non mi piaceva…

name“ Prima il mio nome non mi piaceva ” dice una ragazza. Poi, col tempo, ha accettato di chiamarsi Lucia. Meno male. Sappiamo da tempo che i nomi piani e teneri come Lucia Maria Maddalena Graziella eccetera, sono stati soppiantati da una nuova generazione di nomi ritenuti meno “invalidanti”, nomi in linea con un diverso sentire e con la roba svelta che indossiamo, nomi che strizzano l’occhio a ciò che si legge, alla musica che si ascolta, ai film, nomi assolutamente nuovi, nomi assolutamente assurdi per chi si chiami Donato o Donatella, nomi promettenti per chi, nel proprio nome nuovo, diverso da quello della nonna, veda una promessa, un orizzonte aperto.

Chi è cresciuto tra Lucie e Marie considerate come entità sottese ai giochi, alle cerimonie, ai riti, alle faccende, non ha nessuna difficoltà ad accogliere i nomi nuovi, ma è un po’ come se rinunciasse ai campanili, alle nicchie dove in genere questi nomi di donna si annidavano, rivestiti di favolose vesti allorché si trattava di sante o di regine.
Il nome di battesimo, oggi, per molti giovani è solo una traccia, giacché appena possono se lo acconciano in modo tale che talvolta questo nome – caro ai genitori o ai nonni – perde non solo i petali, ma perfino la radice e si stenta a ritrovarvela dopo averlo udito. E non si tratta nemmeno di una semplice e temporanea operazione di lifting che lo renda bello solo per quando si esce e si sta con gli amici. Il nome viene raggiunto da una sorta di bisturi che ne vanifica i vecchi connotati. Dal nome nuovo rinasce o risplende un nuovo individuo, quel che si vuole essere o che si crede di essere.

Nome nuovo vita nuova? È possibile – se non fosse così sarebbe inutile storpiarselo. Il nome nuovo dovrebbe far presa, essere convincente, comunicare il proprio personale delirio. Possono, i genitori, andare incontro alle esigenze dei figli evitando di accapigliarsi sull’imposizione del nome che tramandi lo spirito di chi ti ha creato o messo al mondo, inventandosi fin dal battesimo nomi validi dai quali siano stati eliminati i rintocchi dell’Ave Maria? Chissà.

Ma chi è colui o colei che nel nome non rammenta né il padre né la madre? Chi è colui che ha “ritrattato” il suo nome (non fosse che una testimonianza, una confessione) come se questo dicesse di sé cose campate in aria, prive di plausibilità? Be’, non bisogna esagerare. Perso un nome – con una estrazione che tutto fa pensare sia indolore, – se ne fa un altro. A meno di non pensare che non ci si possa staccare da un nome impunemente, che al nome originale sia sospesa anche l’originalità dell’individuo – di cui nessuno si cura dal momento che si pensa che il nome ci è stato appioppato dall’esterno, quando eravamo già belli e fatti, e che potrebbe scivolarci di dosso senza problemi.

Ma è davvero così? Si è pensato davvero che il nome originale sia posticcio come un paio di baffi finti? Il nome originale, non lo chiamo così perché fa ridere, il nome originale è ciò che è alla radice dell’essere. È il suono che è arrivato all’orecchio del bambino appena nato (e anche prima che nascesse…) ed è tutto quello cui il bambino si è potuto attaccare nei suoi primi giorni di vita, quando capiva ben poco delle cose che gli si dicevano, e un tantino di più quel suono – il nome – ripetuto con tonalità sempre diverse. Tonalità che lo hanno incuriosito. E a cui si è andato impastando. Ci sarà stato un momento in cui si è detto “io sono questo suono?” Oh, no, non poteva dirselo perché non conosceva il linguaggio. Diciamo però che si conosceva come suono. Che risuonava. Che si è aggrappato a questo suono “per” uscire da un mondo indistinto.

Il nome dunque come una scheggia di luce sonora da cui si è sentito attraversato fino a quando non ha potuto distinguere il suono da ciò che non lo era, per esempio il corpo. La mano non era suono, il naso non era suono e così via. Il culetto che scorreggiava forse era suono. Ma un suono diverso dal nome non poteva essere se stesso.
Questo vuol dire l’originalità del nome, esserne attraversati e in modo da non poterne fare più a meno. Cambiarsi di nome si può, ma con quali conseguenze per lo spirito nessuno lo sa. Le conseguenze per chi non accetta di chiamarsi così come è stato nomato sono imprevedibili. Vuol dire mettere in quarantena una parte sensibile di sé, renderla infruttuosa. Coltivarne la sterilità. Cose inavvertibili per chi va dietro i lucori degli oggetti – anche i nomi nuovi luccicano. Ma le cose inavvertibili non sono meno feroci delle fiere che si sentono messe da parte e appena possono azzannano fino a farti male. Già. Gli effetti: ciò che alla nostra mente può essere noto nel nome nuovo che ci diamo, può risultare sconosciuto al nostro Profondo.


Vito Ventrella

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