UN ADDIO A MODO MIO

simonaPochissimi tra di noi possono raccontare di aver assistito ad un suicidio, e la ragione è semplice, chi lo mette in atto, chi ha interesse a togliersi la vita, evita di farlo sapere per non sentirsi dire di non farlo perché la vita è bella, che tutto si accomoda eccetera, eccetera.

Ebbene, come dice la cronaca, “Simona Viceconte, sorella di Maura Viceconte, la campionessa di maratona che si è tolta la vita proprio un anno fa (il 10 febbraio 2019), si è suicidata all’età di 45 anni nella giornata di giovedì 13 febbraio, come riporta il ‘Corriere della Sera’, Simona, che come Maura era originaria della Valsusa ma si era trasferita a Teramo, si è tolta la vita impiccandosi alla ringhiera delle scale del palazzo dove abitava.”

Ecco, nel caso di questa donna, la prima cosa che uno pensa pur senza conoscerla, “oh Dio, una sportiva che si toglie la vita in quel modo…’ Nessuno lo dice qual è il modo migliore per togliersi la vita, ma si suppone che si dovrebbe evitare di drammatizzare il gesto. Impiccarsi è oltremodo drammatico, oltre che maledettamente teatrale, ossia volto a “turbare profondamente il pubblico presente in sala”, quella sala che il suicida si ritaglia nella propria mente, fatta di facce riconoscibili cui invia il messaggio di addio, un “addio a modo mio” poiché infine questo pubblico deve sapere di che pasta sono fatta.

Ecco, impiccarsi è anche un modo di seguitare a parlare, a dire quelle parole mai dette prima, a scrivere lettere stropicciate, a fare assumere agli ospiti presenti nella propria testa un tè particolare, una pozione dolce e amara di non so cosa prima del congedo.

Mamma di due bambine, Simona Viceconte ha lasciato biglietti messaggi per motivare il tragico gesto. Proprio come la sorella Maura. Sembra che per lei dire “perdonatemi bambine” non fosse superfluo. La sofferenza non ama la regia di chi non sa cavare un ragno dal buco.


Vito Ventrella

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