Un albero da marciapiede/ dada

albero-001di Vito Ventrella

Il giorno in cui, in questa opera in copertina, trasformai un giocatore di poker in un albero, – per di più da marciapiede – non provai alcuna soggezione. Mi sentii come investito di un potere straordinario, il potere magico che ci induce ad ascoltare una favola e, all’occorrenza, permette anche di raccontarla.

Nel momento in cui la favola ti prende la mano, c’è come un ribaltamento di piani, passi dal vero al non-vero o quasi-vero. Fatto questo passo si continua ad agire nella favola come nella vita reale. Ma senza quel “come”, senza la coscienza che stiamo ascoltando o scrivendo una favola, sarebbe impossibile entrare nella favola stessa e riconoscerla. Eppure la favola è tale perché noi, adulti o bambini siamo pronti a viverla nella sua assolutezza, e non perché siamo propensi ad ingannarci e a lasciarci ingannare, quanto perché desideriamo con tutta l’anima che possa accaderci qualcosa di favoloso (di bello e imprevisto) nella vita reale. Per questo le prestiamo tanta attenzione. Il nostro mondo reale è attraversato spesso da pensieri quali ” se accadesse che..” ecc., proposizioni che paiono realistiche ma non lo sono. Gli eventi cui alludono sembra che facciano parte dell’ordine reale delle cose, dei nostri desideri, in realtà sono favole.
Come dire che, dopo aver letto Pinocchio, Alice nel paese delle meraviglie, Il brutto anatroccolo ecc. seguitiamo a precipitare la nostra vita reale in piccoli stagni d’acque magiche e senza nemmeno rinunciare alle nostra percezione della realtà (più favoloso di così…) giacché non abbiano che la favola per essere risarciti subito,nell’immediato,dei nostri insuccessi.

Ogni volta, dovendo staccarmi da una favola (riuscitissima) ho dovuto farlo a malincuore, come se rinunciassi a una possibilità neanche tanto remota, nemmeno così assurda. Perché questo sentimento di chi resta in debito con qualcosa che si è avverato in un altro tempo? Perché probabilmente sappiamo poco o nulla del tempo e in ogni caso siamo costretti a vivere il tempo di tutti che include anche la favola a patto che non la si confonda con la realtà.
Nella favola entriamo subito in rapporto con il sogno, bello o brutto che sia. Sono state eliminate le mediazioni. Tutto sembra essere a portata di mano e di pensiero. Ma è proprio questo l’elemento che ce la rende cara? Nelle favole la vita trova insperati accomodamenti, anche feroci. Ma la ferocia viene presentata in modo quasi sempre educativo, per controbilanciare la leggerezza: il lupo è cattivo perché Cappuccetto Rosso è leggera. La leggerezza, che rende tutto possibile, sarà limata dalla ferocia. Ma perché non eliminarla nella favola? Semplicemente perché non la si può eliminare nella realtà.

Le favole sono i luoghi dove i moralismi vengono esacerbati, tutti i sentimenti vengono portati agli estremi, di conseguenza, l’orco, la fatina, alla fine risulteranno più orco e più fatina di quanto ci si possa immaginare. Non senza ragione. Il bambino è attratto non dalle sfumature ma dai profili inequivocabili, così distingue meglio il buono dal cattivo, il bello dal brutto, a differenza che nella realtà dove il bambino cattivo è fondamentalmente buono, il cane abbaia ma non morde, il buio non è poi così buio come sembra.
Direi che la favola educa il bambino ad amare l’autorità nella sua forma più asettica, ad opporsi a sentimenti che sono suscettibili di mille trasformazioni, il che permette, diversamente da noi adulti, di aver aspettative non più vere delle nostre ma certamente più limpide.E questo fa sì che egli sia pronto, davanti a una favola, a sbaragliare il campo da ciò che impedisce di godersela.

Un Albero da marciapiede, di Vito Ventrella, p.30 Edizioni l’Obliquo- Brescia.

(l’articolo di cui sopra è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno il 16.4.2004, presumo che il libretto sia introvabile, io ne possiedo solo una copia. Qualche copia forse in Internet. E’ la storia di un albero che racconta di sé e di una ragazza che si innamora di lui. Ne ho intravisto una copia su Amazon.)


Leave a Comment