Un cane ogni diecimila abitanti

ducanVito Ventrella

A diciotto anni disponevo di una stanzetta scura, senza finestre. Una candela per leggere: Kafka, Sartre, Victor Hugo ecc. letti, assorbiti, dimenticati. Nella terra di allora c’era una tale distanza tra me e la luce elettrica, in questa distanza c’era quiete. Il mondo esterno vi precipitava senza far rumore. Poteva essere il canto di una grondaia, il grido di una gazza, di una madre che chiamava il suo bambino con voce prolungata, Gianniiiiiiiiino.

Questa voce era una corda luminosa con cui mi collegavo con i dintorni di casa, con le stelle se era sera. Le notti non esistevano in quanto stanze da giochi – pub bar e via dicendo – ma solo come tramonti. Qualcosa dopo il tramonto era una vita senza una particolare individualità. La personalità del giorno si ammucchiava all’ora dell’Ave Maria e lì restava acquattata, in attesa di un altro giorno.

Verso la fine degli anni Cinquanta tutto questo era diventato un povero mistero. In effetti la gente, smaliziata dalla rivoluzione industriale, si chiedeva come avesse fatto a sopportare questo presente che era come un parente povero. Lampadine per leggere quante ne volevi. La vita non moriva con il tramonto. Saltava a cavallo delle bici, delle moto, delle auto e si allontanava nel Mondo. Che fracasso. Ma quello cui ho assistito oggi è stato tremendo…

Dal mio studio. Non avevo previsto che da vecchio mi sarei trovato in un mondo-cane, in questo mondo oggi è accaduta la cosa più grottesca che si possa immaginare: una intera famiglia – compreso il cane – che litigava come matti con voci alterate ad un isolato da me, e dopo ogni parola umana la voce possente del cane (bau bau) che ha smesso di abbaiare solo quando un’ora dopo tutti si sono zittiti. Dire che quel cane indotto ad abbaiare come un matto ha subito violenza? È inutile.
Quel tempo di cui parlavo, il sole era per vivere le bestie da latte e un cane ogni diecimila abitanti.


Leave a Comment