Confrontarsi con il Covid-19

19cTra i tanti drammatici eventi generati dalla pandemia di Coronavirus, non vi sono solo quelli che giorno per giorno ci espone il bollettino della Protezione Civile, ma anche quelli di totale rilevanza per i cittadini, che concernono la libertà di movimento e l’economia contenuti nei Decreti e nelle Ordinanze di governo e regioni. A determinare i primi come i secondi è la natura feroce, enigmatica ed infida del virus, che oltre a non essere contrastabile con un vaccino -carenza che era ovvio aspettarsi- non può nemmeno essere debellato con l’arsenale di farmaci attualmente in uso, se non in misura marginale. Ne è conseguito che l’unica arma a disposizione rimastaci per frenarne il dilagare è stata la “distanza sociale” tra individuo e individuo. Misura necessaria e indispensabile, ma non per questo facilmente accettabile (“l’uomo è un animale sociale” si riconosce dai tempi più antichi), per gli Italiani in particolare. Il cui malumore nei confronti del Governo subirà un’impennata se, come vedremo più avanti, esso sceglierà di seguire certi aspetti tecnologici del modello sud-coreano di contrasto al virus.

Con uno sforzo enorme dei medici e delle strutture ospedaliere si è evitata l’ecatombe, accompagnando a questo eroico impegno la tecnica del contenimento, attraverso la distanza sociale qui sopra richiamata, con l’obiettivo almeno di adeguare via via, allontanati dai lettini e dalle stanze di terapia intensiva gli ospiti precedenti, -guariti, in quarantena domiciliare, o morti che siano-, il numero dei posti liberi ai nuovi degenti. Ciò implica che, come si è già detto, finché non sarà pronto un vaccino, il che, se tutto va bene, non si può prevedere che accada prima di 18 mesi, o finché non saranno testati farmaci risolutivi, l’unico baluardo rimarrà il distanziamento sociale. Che, però, è chiaro, non è una cura, ma solo un espediente per evitare che in un unico tempo una marea di ammalati invada e oltrepassi le possibilità di capienza e di cura delle strutture sanitarie.

E, poiché, come abbiamo ripetuto più volte, l’epidemia italiana non si dissolverà, come del resto la pandemia, se non alle condizioni che si è più volte detto, dopo aver superato tutti i picchi, ed essere tornati in pianura, l’immagine più ottimistica che mi si presenta è quella della bonaccia, a dissolvere la quale i venti della tempesta possono scatenarsi all’improvviso. Che fare allora per non trovarsi ancora una volta impreparati, rischiando una nuova “tempesta perfetta”?

Ovviamente non è qui il luogo per occuparsi di quello di cui non abbiamo alcuna competenza: ospedali, strutture ospedaliere, attrezzature varie nuove e ad hoc. E’ possibile invece riferire di quelle variazioni e migliorie che si possono apportare alla strategia del contenimento, e che sono già state abbozzate in università e contribuiti giornalistici. Per dirla in breve, dovremo rinunciare, aiutati dalla tecnologia racchiusa nei nostri smartphone (e simili), non all’anonimato, ma al segreto sui nostri movimenti, e sui contatti o anche solo compresenze che nel corso di essi abbiamo avuto con altri anonimi. Pensate a Google Maps e quello che vi ho detto vi tornerà più chiaro. Sulla base di questa trasparenza della nostra vita di relazione, di tutta la rete di rapporti che abbiamo intessuta negli ultimi 15/24 giorni, quando uno di noi risultasse, attraverso tamponi o nuovi più adeguati test, colpito dal Covid-19, sarebbe possibile mettere in secco l’intera rete e verificare ad una ad una lo stato di salute delle singole maglie; ognuna di esse riceverebbe lo specifico grado di cura che le occorre. L’obiettivo è quello di non permettere che il focolaio divampi, ma di gettare acqua sui ciocchi appena si alzi una favilla.

Venendo allora agli studi cui accennavo prima. La pandemia non finirà nei tempi che molti si immaginano, si legge in un articolo di Gabriele Copolino su “Milano Finanza” del 18/03/2020, che espone con chiarezza le analisi di Gordon Lichfield, direttore del magazine del MIT, (la Mit Technology Review), condotte sulla base di dati statistici sviluppati dall’Imperial College di Londra.” Finché qualcuno nel mondo avrà il virus, le epidemie continueranno a ripetersi, senza controlli rigorosi per contenerle”. Tenuto conto che il massimo che si possa sperare attualmente è un andamento a fisarmonica del numero dei positivi, quando le curve di contagio incominceranno a tendere in basso, si potranno ridurre le attuali misure draconiane? Secondo quali moduli di rilassamento e restringimento a seconda che il contagio diminuisca o si rinfocoli?

Le simulazioni dell’ Imperial College sulla più opportuna tempistica non danno soluzioni socialmente soddisfacenti: sia che il distanziamento sociale venga mantenuto attivo due mesi sì e uno no, sia che lo si protragga per cinque mesi difilato, o perfino che si alzino le soglie di accettazione delle perdite umane. Dal che Lichfield ricava che non si può pensare ad una interruzione del divieto. E’ l’inizio di uno stile di vita completamente diverso, con una vastissima serie di imprese e di attività sociali che scompariranno per sempre, e altre che, grazie a compromessi imbarazzanti, languiranno progressivamente. Si tratta, ovviamente, di tutte le attività che si rivolgono ad una clientela compresente in massa: ristoranti, cinema, alberghi, bar, villaggi turistici e così via. Per qualche tempo, con l’escamotage della riduzione e distanziamento dei posti, potrà sopravvivere un certo numero di cinema, teatri, palestre, ecc. Ma poi? Alla fine ci dovrà necessariamente orientare verso nuove forme protette di socialità, “sviluppando modi più sofisticati per identificare chi sia a rischio di malattie e chi no, discriminando così legalmente chi lo è”. Esempi di questo tipo sono stati già forniti da Israele, da Singapore, ma soprattutto dalla Corea del Sud, che grazie ad una apposita app, (anche se questo è solo un aspetto di una complessa strategia di contrasto al virus) ha vinto la sua battaglia. “Naturalmente -continua Lichfield- nessuno sa esattamente come sarà questo nuovo futuro. Ma si può immaginare un mondo in cui, per salire su un volo, forse si dovrà essere iscritti a un servizio che tracci i vostri spostamenti attraverso il vostro telefono”. La compagnia aerea non saprebbe niente di voi, non sarebbe lesa la vostra privacy, “ma riceverebbe un avviso se foste stati vicini a persone infette o a punti caldi della malattia”. E altri esempi avanza che potrebbero regolare l’accesso a treni, luoghi di lavoro, e simili.

Dopo l’articolo di Capolino, e in maniera ovviamente indipendente, tematizzando in particolare la situazione italiana, è tornata a parlare della possibilità di implementare il distanziamento sociale con le grandi opportunità che ci forniscono cellulari e app (prima fra tutte il Gps), Milena Gabanelli, insieme con Fabio Savelli, nel “Data Room” del “Corriere della Sera” di lunedì 23 marzo. Ricordato che i numeri di Seul ci dicono che l’utilizzo degli operatori mobili e di applicazioni apposite ha permesso di arrestare la curva epidemica in poco meno di un mese, la Gabanelli espone nei dettagli quanto si potrebbe ricavare in Italia da una analoga impostazione nella lotta contro il virus. Con l’aiuto di applicazioni dotate di Gps, come Facebook e Uber tra le altre, di ogni contagiato già ora è possibile tracciare ogni spostamento, densità per area e chi era in prossimità. Ricorrendo ad una app dedicata, si potrebbe fare anche di più. Per es., rintracciare, di un nuovo contagiato, i contatti dei 15 giorni precedenti e testarli, per interrompere la catena di contagio; sapere chi si sposta dal luogo di residenza; assicurarsi che i contagiati in quarantena non si muovano; distribuire il flusso nei trasporti pubblici e nei supermercati su diverse fasce orarie attraverso sms con ora dedicata. Funzionalità che saranno importanti anche in futuro, se, dopo momenti di tregua, partissero nuove ondate di contagio.
Sono evidenti le potenzialità positive di tali ipotesi di lavoro. Per tradurle in strumenti concreti, conclude la Gabanelli, occorre “la volontà politica per mettere a terra un progetto d’urto, andando in deroga al diritto della privacy per particolari categorie di dati (la Ue lo ha già concesso), e velocità di decisione. Basterebbe un decreto del governo e un commissario che assuma la responsabilità di una gestione anonima dei dati e della loro distruzione quando l’incubo sarà finito”.


Enzo De Benedictis

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