L’economia domestica al potere

a-scuola-di-economia-dom-copydi Vito Ventrella  

Il ministro dell’economia Tria ha riportato in auge un tipo di economia sepolto sotto una montagna di eccellenti propositi difficili da realizzare. In pratica ci sta dicendo che governare vuol dire farsi bastare ciò che si ha. Un principio che ha guidato le buone massaie di tutti i tempi. E che dovrebbe suggerire prudenza a chi vorrebbe indebitarci e renderci più precari. Se è difficile incontrare la ricchezza varcando la soglia di casa di una famiglia, fa bene notare che la sua economia, per quanto modesta, poggia sulle quattro gambe del tavolo e sui treppiedi – oggi solo immaginari – dove un tempo si poggiavano le pignatte per cuocere i legumi.

Nessuno oggi desidera appoggiarsi a un treppiede. Soprattutto quando si cammina su di una sola gamba. La malinconia relativa a questo genere di economia può uccidere. Può uccidere se non viene caldeggiata dall’alto ma ordinata dal basso, ossia dalla necessità. Se il ministro dispone che non si può fare il passo più lungo della gamba, la brava gente, la povera gente gli sta dietro, si sente compresa. Non pensa che la sua economia domestica è ormai superata da un tale benessere che non ve n’è più traccia e che chi vi si trova impegolato è da ritenersi un retrivo, uno che non ha saputo cogliere le occasioni per stare meglio, arricchirsi.

Ovvio che non si tratta di mettere l’economia al servizio dei perdenti o di chi è troppo indebitato affinché si senta meno solo. Ma non si possono escludere aiuti che tengano conto di tutta un’area che non si muove dietro i grandi investimenti, bensì al riparo della certezza morale e matematica che il contenimento è simbolo di futura ricchezza, proprio perché, conservandosi non ha tolto nulla al futuro, ha solo rinsaldato il presente, l’oggi cui segue il domani. Questa certezza è già ricchezza.

affabilita

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