Diderot e gli arazzi del Settecento

Denis Diderot

Denis Diderot

Di recente, su questo stesso blog, ho cercato di chiarire il contesto storico, di accanite polemiche, in cui, vendicando gli attacchi politici e culturali all’Encyclopédie, Diderot ha concepito e scritto Il Nipote di Rameau, dialogo all’interno del quale, oltre a dar vita ad un originale personaggio romanzesco, ha messo alla gogna alcuni dei più accaniti avversari di quell’opera rivoluzionaria. E’ ora il caso di illustrare sinteticamente la trama di questa breve, ma tanto densa opera, e le novità da essa introdotte nella storia letteraria.

Il dialogo esordisce con Diderot che curioseggia al Cafè de La Régence, a Parigi, intorno a mezzodì, seguendo le partite di scacchi e dama che vi si svolgono. Tra i capannelli, c’è anche il nipote di Rameau, che lo abborda, e lui aderisce all’invito alla conversazione. (In cui si alternano un Io=Diderot e un Lui=il Nipote).

Tra i due si svolge un serrato contraddittorio, che scorre su vari argomenti, cercando di rispondere a domande come: esiste il genio? e può essere frutto di educazione? Gli uomini sono liberi? o sono il prodotto necessario della propria natura e dell’ambiente? Quale la educazione più opportuna da impartire ai propri figli? Si può essere eccellenti anche nel male, come nel bene? con accenni ripetuti e consistenti alla teoria dell’attore e del pantomimo, e alla superiorità, ormai, della musica napoletana su quella francese. Ma il vero sostanziale dilemma che torna ad essere approfondito in tutto il dialogo è se l’uomo deve tendere a una vita che segua i princìpi dell’onore e della moralità, o se invece può abbandonarsi al piacere, alla ricerca della ricchezza e del successo, piegandosi per questo a compromessi di tutti i tipi, anche dei più vergognosi.
Ed è questa la partita che Diderot non riesce a vincere. Nonostante le proprie esperienze di vita fallimentari che, masochisticamente quasi, ripercorrerà nel dialogo, il Nipote non cesserà di rimbeccare e a volte sopraffare, in più di un argomento, le tesi del suo contraddittore. D’altro canto occorre tener sempre presente che Io è un “libertino”, non è certo un conservatore o un uomo delle istituzioni; in fin dei conti molte delle critiche rivolte al perbenismo della società del tempo sono condivise. In molte altre, invece, le posizioni dei due restano lontane e contrarie; in particolare, per quanto riguarda le scelte di vita del Nipote.

Ora io trovo proprio in questo la novità e la forte identità del personaggio creato da Diderot: nella letteratura dei secoli precedenti, non c’è nessuno, a mio parere, che fa della consapevolezza della propria mediocrità la molla e la giustificazione per una vita da cortigiano e da parassita, senza quasi alcun sussulto di ravvedimento e di ripresa. A molti verranno in mente personaggi similari che lo hanno preceduto, in particolare nella corrente picaresca spagnola: Lazarillo de Tormes e Paolo della Vita del Pitocco. Ma, rispetto alla complessità umana e psicologica del Nipote di Rameau, essi sono solo gli appendiabiti delle loro storie. Occorreva che la svolta di Cervantes, il vero inventore del romanzo moderno, impregnasse più a lungo e a fondo lo spirito europeo. Il fermento primo di molte invenzioni letterarie del xvii e xviii secolo è infatti proprio quel Don Chisciotte che, se ben consideriamo, è anche lui un fallito, ma senza la consapevolezza di esserlo (se non forse in una delle ultime pagine della II Parte dell’opera).

Tornando al nostro Jean-François Rameau, suo zio, Jean-Philippe, era stato il geniale innovatore che aveva rovesciato i canoni ed i suoni della musica europea di inizio Settecento; Lui, invece, il nipote, pur avendo avuto dalla natura incredibili capacità tecniche per primeggiare nel mondo musicale del suo tempo, era del tutto privo di capacità creative; né le altre sue eccelse capacità di attore e di pantomimo, che più volte si possono gustare nel dialogo, l’avevano portato a risultati migliori.

Ordunque, sono stato e son afflitto d’essere mediocre. (…) Ero dunque invidioso di mio zio; e, se alla sua morte nella sua cartella ci fosse stato qualche bel pezzo di clavicembalo, non avrei esitato tra il restar me stesso e il mutarmi in lui.

Ossia, si sarebbe spacciato come autore del brano, per iniziare la scalata al successo e alla ricchezza. E, se Io gli prospetta l’alternativa, in mancanza di genialità nativa, di “chiudersi nella propria soffitta, restare a pane e acqua e ritrovare sé stessi”, Lui obietta:

Rameau! Chiamarsi Rameau è un bell’impiccio. Non avviene dell’ingegno come della nobiltà che si trasmette ed aumenta col passare dall’avo al padre, dal padre al figlio […]. Non avviene così per l’ingegno. Per giungere alla fama del padre bisogna essere più bravo di lui.

Di gradino in gradino, invece, la sua vita in discesa lo aveva portato a fare lo scroccone parassita -uno fra gli altri- alla tavola di un affluente padrone di casa. Che aveva, come favorita, una cantante da strapazzo. Di conseguenza, sotto il ricatto della fame, il compito del Nipote era appunto quello di riuscire ad ottenere scritture teatrali per l’amante del padrone, di organizzare la claque per i rari spettacoli che lei interpretava, di aiutarla a ripassare la parte, per tacere della vergognosa assistenza da femme de chambre, quando occorreva.
Nel pomeriggio del suo incontro con Diderot, anche questo espediente di sopravvivenza risulta ormai perso, a causa di un volgare battibecco di qualche giorno prima tra lui e un altro parassita, cui avevano assegnato a tavola il posto finallora suo. La volgarità delle metafore con cui aveva aggredito il concorrente gli aveva alienato irrimediabilmente i favori dell’anfitrione.

Nonostante questo suo ultimo fallimento, il Nipote non dà alcun segno di ripensamento e conferma anzi espressamente la sua completa idiosincrasia per il lavoro:

A me occorre un buon letto, una buona tavola, vestir caldo d’inverno e fresco d’estate, ozio, denaro e molte altre cose ancora che preferisco dovere alla benevolenza che acquistare col lavoro.

A questo punto si possono incominciare a tirare le somme su almeno due tra i motivi di grandezza di quest’opera. Da un lato il rilievo romanzesco del personaggio, che prelude a un futuro remoto di protagonisti, in particolare nel romanzo del Novecento, che si crogioleranno nei propri “difetti”. Dall’altro, la articolata e vivida rappresentazione di un ambiente sociale di primaria importanza nell’Europa del Settecento, in quanto, oltre che una delle principali eccellenze artistiche, insieme con i primi giornali era uno dei motori dell’opinione pubblica: il teatro melodrammatico.
Dall’interno di questo demi-monde e dagli episodi della vita del Nipote si viene rimandati alle disuguaglianze sociali ed economiche della Parigi degli ultimi decenni che precedono la Rivoluzione francese.
Un tema che non viene affrontato direttamente nel dialogo – il genere letterario ovviamente non lo prevedeva- e per il quale non erano ancora pronti adeguati strumenti critici. Il malessere e il disagio sociale che hanno accompagnato per tutta la vita il protagonista si scaricano in una recriminazione che oggi si direbbe “populista”. Equivale all’accusa che in Italia suona: “non avanzi nella vita se non sei raccomandato”. Qui si esprime così: “non avanzi se non sai assumere rispetto al potere, ossia rispetto al tuo interlocutore che lo gestisce, le pose o posture adeguate”, e vale per la carriera e per gli affari, come per i sentimenti e le passioni.

Ed ecco che gli arazzi del Settecento che tante volte ci hanno incuriosito per la movimentata conversazione che sembra svolgervisi tra figurini con tricorno e scarpini, e dame incipriate con tanto di crinoline, seduti e/o diritti che siano, gli uni e le altre, assumono un nuovo senso.

Lui – In tutto un regno non vi è che un uomo che danzi: il re. Tutti gli altri restano in posa.
Io – Il sovrano? E credete che non gli capiti talvolta di imbattersi in un piedino, in una testolina, in un nasetto che faccia eseguire anche a lui un po’ di pantomima? […] Il re assume una posa con la propria amante e dinanzi a Dio…Il ministro esegue il passo di cortigiano, di adulatore, di servo o di pitocco davanti al re. La folla degli ambiziosi danza col vostro passo in cento maniere, l’una più vile dell’altra dinanzi al ministro. L’abate nobile, in collare e mantello, dinanzi al depositario del foglio dei benefici… E’ questo il trescone di tutti, su tutta la terra.”

Sarà la Rivoluzione francese a porre fine a questo girotondo di ipocriti? E, per quanto tempo?


Enzo De Benedictis

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