Diderot e i suoi nemici

Denis Diderot

Denis Diderot

Sempre più il dialogo a due voci, Il nipote di Rameau, viene considerato una fra le più grandi creazioni letterarie del Settecento francese. Era tra i manoscritti lasciati inediti da Diderot, evidentemente destinati da lui stesso all’oblio; ma, diversi anni dopo la sua morte (1784), capitò tra le mani di Goethe, che se ne esaltò e lo pubblicò tradotto da lui stesso in tedesco nel 1805, dando inizio al suo successo nei secoli. Lo stesso titolo dell’opera non è di Diderot, ma di Goethe; l’autore l’aveva indicata con il generico Satira seconda. Può sembrare una stranezza poco spiegabile, perché è platealmente evidente che l’indiscusso protagonista è proprio “il nipote di Rameau”, un soggetto che esisteva nella realtà storica, anche se non con tutte le “qualità” negative che l’Autore gli attribuisce. Un personaggio estremamente complesso e ricco di sfaccettature, che dalla consapevolezza di essere un mediocre ricava l’autorizzazione a vivere al di fuori della morale e dei comportamenti del medio man.
Adempiere i propri doveri? E ciò a che conduce? Alla gelosia, alla discordia, alle persecuzioni. E’ forse così che si avanza? Fare il cortigiano, perbacco, osservare i potenti, studiarne i gusti, prestarsi ai loro capricci, servire i loro vizi, approvarne le ingiustizie: ecco il segreto.

In questa mia breve nota, tuttavia, mi sia permesso di sviluppare un’ipotesi, ossia di indicare una possibile spiegazione del perché l’opera non venne pubblicata in vita dall’autore, che preferì evitare già nel titolo dell’autografo qualsiasi riferimento ai Rameau.

Innanzi tutto occorre riorientare la considerazione che in sede storica si deve avere di Diderot. Anche se nessuno, al di fuori degli studiosi di storia della cultura e della filosofia la legge più, è l’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers in 35 voll. (di cui 13 di tavole e incisioni) la creazione culturale con cui Diderot, con la collaborazione in primo luogo di D’Alembert, si è creato il suo monumento nella storia. Con quei 35 volumi in-IV cambiò la consapevolezza di sé del mondo occidentale, ponendo le basi ideologiche, secondo un giudizio largamente condiviso, per la Rivoluzione francese. Con il che, non si vuole assolutamente dire che la grandezza di Diderot è nell’Enciclopedia e non invece in opere come Jacques il fatalista, o appunto Il nipote di R., o La religiosa, e così via. Si propone solo una distinzione tra il suo contributo  alla storia, in questo caso attraverso una imponente impresa editoriale, e la sua creazione artistica, che in quanto tale può ambire ad essere al di fuori della contingenza storica.
Ora, per tornare all’Enciclopedia, di cui Diderot fu praticamente il caporedattore per 24 anni di duro lavoro, essa fu dal 1751, anno in cui fu pubblicato il primo volume, fino al 1772, quando si concluse con gli ultimi due, il manifesto della più libera cultura del Settecento contro il pensiero codino e reazionario, in particolare delle varie Chiese e religioni, contro l’assolutismo monarchico, contro una società, in cui le caste conservavano i loro privilegi. E’ evidente che essa non poteva mancare di nemici, tanto potenti che riuscirono a far interrompere la pubblicazione dei volumi per qualche anno, a partire dal 1759. Uno di questi nemici fu proprio Rameau zio, un rivoluzionario nella storia della musica, ma solo lì. E insieme con lui una compagnia di personaggi del mondo teatrale e melodrammatico: librettisti, cantanti, capi-claque. Sono i personaggi con nomi, cognomi,e comportamenti, messi alla gogna nel Nipote di Rameau: una manica di cortigiani lecchini, invidiosi, ognuno dei quali medita il danno dell’altro.

Sarà lecita, e forse anche fondata l’ipotesi che Diderot, dopo essersi abbandonato nel chiuso dello studio, alla sua formidabile vena creativa, e aver rappresentato tutte le magagne di quegli ambienti, abbia voluto evitare altri scandali e altre pericolose reazioni, e abbia lasciato nei cassetti questo suo capolavoro? Tanto più che le capacità “offensive” del partito avversario le aveva già provate sulla sua pelle, a partire dai tre mesi di prigione a Vincennes nel 1749, con le ripetute incriminazioni ricevute durante il periodo dell’Enciclopédie e oltre, fino alla derisione sulle scene sotto il nome di Dortidius nella commedia satirica Les philosophes, opera di uno dei suoi più accaniti avversari: Palissot de Montenoy (ovviamente a sua volta più volte citato con ignominia nel Nipote di R.)nipote


Enzo De Benedictis

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