Edmond (1822-1896) e Jules (1830-1870) de Goncourt, LA DONNA NEL SETTECENTO

jean_honore_fragonard_007di Beppe Ottone

p.9 “..Abbiamo fatto ricorso, per tale ricostruzione, a tutti i documenti del tempo, a tutte le testimonianze, ai minimi segni. Abbiamo interrogato libri e opuscoli, manoscritti e lettere. Abbiamo cercato il passato dappertutto dove il passato respira..L’abbiamo rincorso nei documenti delle cancellerie, negli echi dei processi, nelle memorie giudiziarie, veri archivi delle passioni umane che sono come la confessione del focolare domestico. Agli elementi consueti della storia abbiamo aggiunto tutti i documenti nuovi, e fin qui ignorati, della storia morale e sociale..”

pp.194-213 “..La pettinatura è sempre una pettinatura bassa sulla quale è gettata, con qualche fiore, una cuffietta di pizzo che si rialza ai due lati e si protende a punta sulla fronte. La donna porta al collo tre file di perle da cui pende una perla più grossa, e da dove discende a cascata il collier che scivola tra i due seni e fa sul corsetto due o tre nodi rilasciati. Il corsetto s’apre su un corpino guarnito da un ordine graduale di nastri. Sul fianco sinistro, la donna porta uno di quegli enormi mazzi di fiori, una di quelle cascate di fiori che montano fin sopra la spalla. Polsini d’Inghilterra a tre giri invadono le braccia, sui guanti che vanno fino ai gomiti. Il suo vestito chiuso, che ricade in larghe pieghe, fermate e maestose, è carico, ornato, impreziosito da disegni in passamaneria e da ricami in rilievo sottolineati da grossi nodi. A volte, è confezionato con una di quelle stoffe che fanno vedere a Versailles i ritratti di Marie Leczinska, uno di quei broccati di porpora e d’oro che trasmettono al corsetto della donna i bagliori freddi d’una corazza e determinano sulla sua gonna le peonie e i rosolacci schiusi, i girasoli infuocati, i grappoli d’uva, come un insieme di pietre preziose composto di fiori, frutta, foglie, rami, tortiglioni e ramificazioni, rovesciato su un tappeto di seta..Una civetteria fastosa; un’ostentazione di ricchezza, una regalità di magnificenza, un misto di rigidezza, di grandezza e di splendore, questi sono gli elementi tipici dell’abbigliamento di gala della donna, il vestito ufficiale della francese nel diciottesimo secolo, che, nonostante tutte le innovazioni nei dettagli e nelle finiture, conserva un aspetto e delle linee consacrate, si regola su un modello di etichetta, e mantiene fino all’ultimo giorno della monarchia una forma tradizionale, quasi ieratica. Una rivista di moda ce ne darà il disegno, l’esempio e il tipo..E’ uno slancio che inizia, è il primo volo della nuova moda, è il punto di partenza delle invenzioni e delle teorie che stanno per rendere appropriata la tenuta a quel nuovo carattere della grazia, la fisionomia di ciascuna donna..Quando il fascino d’una donna proviene da un certo qual atteggiamento, da un nonnulla soffuso in tutta la sua persona, da quello che s’è convenuto di chiamare ‘quel certo non so che’, lei è indegna di piacere, se non cerca tutte le invenzioni suscettibili d’allettamento, se non mostra nel suo abbigliamento ora il gusto del sonetto, ora il gusto del madrigale o del rondò, e perfino il tratto salace dell’epigramma, tutte le grazie del genere breve fatte apposta per i suoi tratti irregolari e i suoi occhi sfavillanti..Le pettinature alte, nel giudizio del tempo, prestano fisionomia ai visi che non ne hanno, attenuano i tratti, arrotondano la forma troppo squadrata dei volti delle parigine, che allungano in un ovale, e di cui adombrano la naturale irregolarità. L’Allegoria regna nella pettinatura che diventa un poema rustico, uno scenario da Opéra, uno scorcio prospettico, un panorama..E’ l’epoca delle pettinature così superbamente monumentali che le donne sono obbligate a star piegate in due nelle loro carrozze, a inginocchiarsi perfino; e le caricature francesi e inglesi esagerano soltanto un poco quando raffigurano i coiffeur arrampicati su una scala per dar l’ultimo colpo di pettine e coronare la loro opera..E le porte degli appartamenti sono appena abbastanza alte per poter lasciar passare questi edifici ambulanti che finiranno per aprire delle brecce ovunque essi si rechino, quando Beulard pone rimedio a tutto con un colpo di genio: inventa le pettinature meccaniche che si possono far scendere d’un tanto toccando una levetta, per passare attraverso una porta bassa, per entrare in carrozza..
Verso il 1780, una grande rivoluzione si compì nella moda, la rivelazione della semplicità..E nello zelo di questo ritorno alla naturalezza, di questo spasmodico sforzo verso l’innocenza dell’abbigliamento, verso l’ingenuità delle apparenze, la donna non si ferma lì: arriva un momento, prima della Rivoluzione, in cui tutta la moda della donna, tutto quello che la veste e l’abbiglia, è all’infante.”

pp.214-233 “Ogni età umana, ogni secolo appare alla posterità dominato, come la vita degli individui, da un carattere, da una legge intima, superiore, unica e rigorosa, che deriva dai costumi e comanda ai fatti, e da cui sembra a distanza scaturire la storia. A prima vista lo studioso discerne nel Settecento questo carattere generale, costante, essenziale, questa legge suprema d’una società che ne è il coronamento, la fisionomia e il segreto: l’anima del tempo, il centro del mondo, il punto da cui tutto s’irradia, la cima da cui tutto discende, l’immagine sulla quale tutto si modella, è la donna. La donna nel Settecento è il principio che governa, la ragione che dirige, la voce che comanda..Per aver avuto contro di lei la forza che in politica condanna e non giudica, cioè la Fortuna, non per questo la donna del Settecento ha dispiegato meno le sue notevoli attitudini, le sue singolari doti, le sue capacità sorprendenti sul teatro delle questioni più importanti..
Vi ha apportato innanzitutto, e vi ha fatto comparire, le due qualità che sono divenute, dopo di lei, le due forze del governo moderno, il segreto e l’arte di regnare: la seduzione degli uomini e l’eloquenza..Tutte queste chiaroveggenze così sottili, chiamate da un contemporaneo ‘delle briglie per guidare gli uomini’, la donna del Settecento le possiede in pieno. Le pieghe dell’amor proprio, il segreto delle modestie, la menzogna delle grandiosità, le affettazioni di nobiltà, quello che l’uomo nasconde, quello che simula, tutti i modi della leggerezza, le più piccole sfumature delle fisionomie morali, niente sfugge al suo colpo d’occhio. Intente perpetuamente a osservare, costrette dalle necessità della loro dominazione, dal loro posto nella società, dagli interessi del loro sesso, dall’inazione medesima, a quel lavoro continuo, incessante, quasi inconscio, del giudizio, del paragone, dell’analisi, le donne di quest’epoca arrivano a quella sagacia che dà loro il governo del mondo, mettendole in grado di colpire dritto e giusto le passioni, gli interessi, le debolezze di ciascuno; fatto prodigioso, che le donne d’allora acquisiscono così in fretta, e l’educazione al quale costa così poco, che sembra in loro un senso naturale..
Questo era il valore morale della donna del Settecento. Esaminiamo ora il suo valore intellettuale, spirituale, letterario..
Il libro non è in quest’epoca altro che la manifestazione accidentale dell’intelligenza femminile..il suo pensiero, la sua forza e la sua penetrazione di spirito, la sua finezza d’osservazione, la sua vivacità d’idea e di comprensione, esplodono in ogni istante in una forma completamente diversa, nel getto istantaneo della parola. La donna del Settecento s’esprime soprattutto con la conversazione..Le massime e le arguzie, la blandizie e le lusinghe, i tratti dell’ironia, si mescolano e s’alternano in quella conversazione, che sembra di volta in volta metter sulle labbra della donna lo spirito o la ragione..
Dove ritrovare allora quella conversazione della donna del Settecento, quella parola che è morta insieme con la sua voce? In un’eco, nella confidenza dello spirito d’un’epoca all’orecchio della storia; la lettera..Lo sfondo più comune del genere epistolare non è più, come nel secolo precedente, il quadro, l’immagine, la pittura. La lettera si riempie di riflessioni, di pensieri; vi entrano, e prendono il più ampio spazio, l’analisi, il giudizio, l’idea. Vi passa il frastuono della mondanità; le canzoni, gli aneddoti vi trovano un’eco, ma in un angolo, sul rovescio d’una pagina, come un post-scriptum. Quello che in esse parla a voce più alta, sono le teorie morali. La lettera conosce, come colei che l’ha scritta, ciò che Madame de Créqui chiamava ‘dei momenti di solidità’. Si scorrano quei fogli leggeri e frementi sfuggiti alla mano delle donne più mondane e apparentemente più dissipate: il pensiero della donna vi solleva le questioni più grandi e più delicate. A ogni passo essa interroga l’animo umano nella sua propria anima. S’innalza a riflessioni sulla felicità; definisce, indica i gusti e le passioni che possono condurvici. valuta e pesa i pregiudizi sociali..E a forza d’affinare questo spirito di dissertazione filosofica e di personalità critica, la riflessione e il pensiero lasciano a stento nelle lettere della donna, alla fine del secolo, un po’ di tenerezza e qualche grido del cuore.
Dell’intelligenza spirituale della donna del Settecento resta ancora questa prova: il suo amore per la letteratura..
Avvicinandosi alla letteratura per tutte le sue inclinazioni, occupandosene in vari modi, la donna del Settecento è la patrona delle lettere. Per l’attenzione che vi dedica, per la curiosità che le suscitano, per il divertimento che vi cerca, per la protezione che vi accorda, le lega alla sua persona, le attira verso il suo sesso, le dirige e le governa..Guardate come regna a teatro: il suo capriccio segna la sorte delle prime rappresentazioni. E’ lei che decide la vittoria o la disfatta della vanità degli autori. Il suo applauso può salvare una tragedia che sta per fare fiasco, un suo sbadiglio ammazza una commedia che sta per aver successo..E perché ancor oggi il nome di Diderot si trova così al di sotto rispetto al nome di Voltaire e a quello di Rousseau? Perché non è stato lanciato nella grande corrente delle glorie riconosciute, acclamate dalla donna del Settecento, consacrate e come benedette dal suo entusiasmo..E da Watteau a Greuze, non c’è un solo nome che si faccia strada, non un solo talento, non un solo genio che venga riconosciuto, se non ha il merito di piacere alla donna, se non ha carezzato, toccato, lusingato il suo sguardo e corteggiato il suo sesso..La donna fa quello che fa la fede, riempie gli spiriti e i cuori, è, durante il regno di Luigi Xv e di Voltaire, colei che porta il cielo in un secolo senza Dio..La prosa, i versi, i pennelli, i bulini e le cetre danno al suo fascino una sorta di divinità: e la donna arriva a essere per il Settecento non solo il dio della felicità, del piacere, dell’amore, ma l’essere poetico, l’essere sacro per eccellenza, lo scopo di ogni elevazione morale, l’ideale umano incarnato in un sesso dell’umanità.”

pp.277-278 “..Tutto quello che la società del letterati poteva attribuire in quel tempo quanto a considerazione sociale, quanto a potere sull’opinione pubblica, si rivelò con un grande e prodigioso esempio in un salotto, il salotto di Madame Geoffrin. Si assisté, per la sua accoglienza a ogni tipo di letteratura, al fenomeno d’un salotto borghese che s’innalza al primo rango dei salotti di Parigi, diventa un focolaio d’intelligenza, un tribunale di gusto dove l’Europa viene a prender la parola d’ordine e da cui il mondo intero riceve la moda delle lettere francesi. Si vide una donna senza nascita illustre, senza titolo, la moglie del titolare d’una fabbrica di specchi, con una rendita annua d’appena 40.000 livres, fare dei suoi inviti un favore, quasi una grazia, fare d’una presentazione a casa sua un onore che turbava le persone meno timide – e tutto questo per cenare, nella maggior parte dei casi, racconta Marmontel, con una frittata, un pollo, un piatto di spinaci. Un viso di donna anziana ancora molto piacente; uno spirito naturale, giusto, sottile, la cui malizia aveva un piglio popolano; un’arte di modellare lo spirito dei suoi ospiti, e di trarne tutti gli accordi possibili; un egoismo ben dosato, molto discreto; una preoccupazione di procurare il piacere, di farlo nascere, che la ossessionò fino sul letto di morte; una testa ben dotata di riflessioni e paragoni di cui aveva, a suo dire, ‘una riserva immagazzinata per il resto dei suoi giorni’; una grande vivacità quando raccontava, una vanità volta a essere senza pretese; una conoscenza del mondo desunta dall’osservazione e non dalla lettura;un’ignoranza amabile e senza stupidaggine; un cuore che era come un burbero benefico; opinioni molto arrendevoli, che cedevano sotto il peso della contraddizione; una stima molto mediocre, o piuttosto un disprezzo molto contenuto ed educato per l’umanità – tale era l’insieme di vizi, virtù, allettamenti, difetti, e qualità, al quale Madame Geoffrin dovette, se non il suo fascino, almeno la sua fortuna e la gloria del suo salotto. La casa di questa donna attirava come la sua stessa persona senza sedurre, con la nettezza, l’ordine, il lindore, gli agi d’ogni sorta, una certa ricercatezza nascosta, un’eleganza dissimulata, discreta, quasi spoglia. Ogni cosa vi si presentava comoda, perfino il marito, un marito che si fece da parte per convenienza durante tutto il tempo in cui visse, e che s’adattò di buon grado al ruolo di tuttofare e di zimbello..”

pp.295-300 “Quando s’interroga fino in fondo l’anima della donna del Settecento e le si chiede il suo principio, la sua legge, allora la regola che si lascia scorgere nella coscienza del suo sesso non è una regola religiosa, una regola divina, una regola consacrata dalla fede: è quella regola assolutamente e interamente umana che la donna del tempo chiama ‘una piccola filosofia’, cioè un piano di condotta che precede le azioni, un disegno nel quale occorre tentar di far rientrare la vita per non andare alla ventura, un modo di trarre partito dalla propria ragione in vista della felicità..Vuole che s’abbia una buona coscienza, ma solo per star bene con se stessi, per la stessa ragione per la quale bisogna esser sistemati comodamente in casa propria. Da un capo all’altro e di precetto in precetto, è una dottrina che ama i suoi agi, che cerca le comodità morali, un regime senza rigore che somiglia a una dolce e compiacente igiene dell’anima, e che non mira ad altro se non a tenere il cuore e lo spirito in un assetto tranquillo, e in quelle quattro grandi condizioni di salute interiore, di pienezza spirituale, di soddisfazione fisica, che sono: essersi liberati dai pregiudizi, cioè da ogni opinione accettata senza esaminarla; essere virtuosi e star bene; aver inclinazioni e passioni; esser capaci d’illusione; giacché sono questi i quattro ‘grandi motori’ della felicità della donna, rappresentati quasi come i quattro doveri della sua vita da Madame du Chatelet nel suo Traité du bonheur. A questa filosofia che soffocava tutti i generosi appetiti della donna, limitava la sua anima da tutti i lati, attenuava tutti i sensi del suo cuore, tenne dietro la filosofia che avrebbe realmente sostenuto e consolato la donna nell’irreligione, e le avrebbe conservato, nello scetticismo, un appoggio morale. Dall’osservazione degli altri, dall’osservazione di se stessa, da una sorta d’esame di coscienza, fatto con sincerità, con ingenuità, la donna trae il pensiero e la volontà di rendersi più felice, ma rendendosi migliore. Grazie a questa semplice rivelazione, quella d’un sentimento del dovere, essa allarga l’immagine, l’azione e la pratica della virtù: dai doveri verso se stessa, s’innalza ai doveri verso gli altri..Perfezionare la propria ragione per assicurarsi la quiete, acquisire il coraggio della pazienza per diminuire metà dei mali della vita, innalzare la propria anima, spanderne la bontà, sono queste le gioie interiori, superiori alle circostanze, indipendenti dagli uomini, che questa filosofia della donna, così pura e così tenera a un tempo, si ripromette e ottiene..Questa filosofia senza sistema, senza orgoglio, che dà alla donna del Settecento ben più della gaiezza, addirittura un appagamento, non la sostiene soltanto contro le miserie della vita; sembra anche fortificarla contro la morte, e darle come una facile sopportazione del suo orrore. Si vedono in quel secolo le donne spegnersi dolcemente e senza rivolta; le si vede mettere nell’atto di morire una grazia facile e lasciare il mondo con discrezione, come lascerebbero un salotto affollato dove non volessero interromper qualcosa. La donna in quel periodo è più che dolce, è addirittura garbata verso la morte..E Madame de Lambert dà, nel suo accento più delicato, il modo di sentire della donna cristiana del tempo sull’idea della morte, quando scrive queste righe nel bel mezzo del suo trattato sulla Vecchiaia: – L’idea dell’ultimo atto è sempre triste; per bella che sia la commedia, cala il sipario; le esistenze più belle terminano allo stesso modo, un pugno do terra, ed è tutto per l’eternità.-“

700Edmond (1822-1896) e Jules (1830-1870) de Goncourt, LA DONNA NEL SETTECENTO, traduzione di Emma Melon, Milano, Feltrinelli, 1983, pp.1-352

pp.9-10 Prefazione
p.11 La nascita, il convento, il matrimonio
p.34 La società, i salotti
p.68 La dissipazione della mondanità
p.91 L’amore
p.130 La vita nel matrimonio
p.147 La donna della borghesia
p.164 La donna del popolo – La donna di piacere
p.182 La bellezza e la moda
p.214 La dominazione e l’Intelligenza della donna
p.234 L’anima della donna
p.258 La vecchiaia della donna
p.295 La filosofia e la morte della donna
p.301 Postfazione: I Goncourt, romanzieri e storici delle donne, di Elizabeth Badinter
p.329 Note


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