Fernando Pessoa, LETTERE ALLA FIDANZATA

di Beppe Ottone

pesLettere di Pessoa (188-1935)

“23 maggio 1920
Mio piccolo Bebè,
oggi, dopo essere passato per la mia strada, e averti vista, sono tornato indietro per chiederti una cosa, ma tu eri sparita. Volevo chiederti cosa farai domani, dato lo sciopero dei tram, che naturalmente non durerà un giorno soltanto. Non vorrai certo andare a Belém a piedi. La cosa migliore è che tu scriva al proprietario della fabbrica spiegando la ragione – del resto evidente – per la quale non puoi andare. E’ una distanza impossibile per chiunque, figuriamoci per te, che non sei forte. Ho appena scritto quanto sopra e mi viene in mente che per Belém ci sono treni. Andrai in treno? E dove lo prenderai, forse a Santos? Probabilmente ti sarà difficile trovare posto, dato che molta gente prenderà il treno nel Cais do Sodré – tutta quella gente che la mattina riempie i tram che vanno a Belém – e che non lascerà un posto libero. Non so che fare, piccola mia. Ho già chiesto informazioni qui nel Caffè Arcada, da dove ti sto scrivendo, ma nessuno conosce l’orario della linea di Cascais. Non vorrei perdere l’occasione di vederti, ma non vorrei nemmeno (domani ho molto da fare) perder tempo inutilmente cercandoti dove non sarai o dove non passerai. Scrivimi domani per dirmi qualcosa, e non dimenticare che ho delle giornate pienissime. Ad ogni modo, passo domani per la tua strada, o dalle 10 alle 10 e un quarto del mattino, oppure, cosa più sicura, alle 7 e mezzo del pomeriggio. D’accordo, Bebè? Salvo qualche imprevisto che mi si metta in mezzo.
Molti bacini dal tuo
Fernando”

“29 novembre 1920
..Nella sua lettera è ingiusta con me, ma la comprendo e la scuso. Certo l’ha scritta con irritazione, forse perfino con dolore; ma la maggior parte della gente – uomini e donne – avrebbe scritto, nel suo caso, in un tono ancor più acerbo e in termini ancora più ingiusti. Ma lei, Ophelinha, ha un meraviglioso carattere, e perfino la sua irritazione non non riesce ad essere cattiva. Quando si sposerà, se non avrà la felicità che si merita, certamente non sarà colpa sua.
Quanto a me, l’amore è passato. Ma le mantengo un affetto inalterabile e non dimenticherò mai – mai, lo creda – né la sua figurina graziosa e i suoi modi di ragazzina, né la sua tenerezza, la sua dedizione, la sua adorabile indole, può essere che mi sbagli, e che queste qualità che le attribuisco fossero una mia illusione; ma non credo che lo fossero, né, se lo sono state, sarei villano ad attribuirgliele. Non so che cosa desidera che le restituisca, lettere o che altro ancora. Io preferirei non restituirle niente, conservare le sue lettere come il ricordo vivo d’un passato morto come ogni passato, come un qualcosa di commovente in una vita quale la mia, in cui l’avanzare degli anni va di pari passo con l’avanzare nell’infelicità e nella delusione. Le chiedo di non fare come la gente comune, che è sempre grossolana: che non giri la testa quando c’incontreremo; né abbia di me un ricordo in cui ci sia spazio per il rancore..
Fernando”

letteFernando Pessoa, LETTERE ALLA FIDANZATA, con una testimonianza di Ophélia
Queiroz. Traduzione e postfazione: ‘Un Faust in gabardine’, pp.113-124, di Antonio Tabucchi, Milano, Adelphi, 1988, pp.1-124


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