Giorgio Barberi Squarotti, LE COLLINE, I MAESTRI, GLI DEI

giorgio_barberi_squarottidi Beppe Ottone

p.15 Omaggio al mio grande Maestro all’Università di Torino.

p.89-93 “..Il dialetto, in Pavese, appare incaricato d’una funzione rivelativa della mitologia nascosta sotto gli eventi contemporanei e, al tempo stesso, è una chiave per penetrare al di là della contemporaneità, nel pensiero mitico originario; in più, è il segno che manifesta la cultura primitiva, quella contadina delle Langhe, alternativa e diversa, in modo radicale, rispetto a quella nazionale; infine, è la lingua attraverso cui è reso possibile e si compie quel continuo ritorno alle Madri che costituisce la struttura del narrare pavesiano, da Paesi tuoi a La luna e i falo’..

Il dialetto di Fenoglio, invece, definisce rapporti umani ai limiti dell’insoffribilità, della costrizione e dell’abbrutimento più feroce: si presenta, quindi, a definire il tono e i modi soprattutto del dialogo, o, comunque, del parlato, anche del protagonista, ma quando, appunto, stabilisce le situazioni e le relazioni col mondo contadino in cui vive, là dove, al contrario, il paesaggio risulta per lo più definito in termini consueti alla tradizione letteraria, a parte i momenti in cui nel paesaggio si manifestano quella violenza e quella costrizione della natura che sono parte non meno fondamentale dell’ideologia di violenza che rappresenta il senso del mondo di Fenoglio (non si tratta, cioè, della descrizione in termini dialettali del paesaggio, ma dell’applicazione alla natura degli stessi termini d’esasperazione, di maledizione, di disperazione, che i personaggi si scambiano fra di loro.). Il fatto è che Fenoglio tende verso l’espressionismo, cioè a ricostruire la situazione dell’area letteraria piemontese di tipo ottocentesco e scapigliato: vinto il naturalismo per effetto della contemporaneità con Gadda, l’uso delle forme dialettali viene ad esser caricato altresì della funzione di manifestare, attraverso la loro forza metaforica, l’estremo di fatica, di dolore, di violenza, del mondo contadino delle Langhe che Fenoglio ricostruisce antropologicamente, dalla storia..
Dopo la pavesiana scoperta del dialetto come espressione d’un discorso antropologico (sia pure con tutto quello che c’è in essa di derivato dalla cultura germanica del mito), Fenoglio finisce a presentare una fisionomia più aggressiva, ma anche, in qualche misura, più tradizionale, più diffusa, più agevolmente riconducibile ai modi di scrittori d’altre regioni (come, soprattutto, Gadda).”

pp.103-110 “..Il libro poetico di Gozzano è attraversato dalla tentazione di farla finita con la letteratura per scegliere la vita: una vita qualsiasi, che può concretarsi nel sogno del Canavese della signorina Felicita oppure nella contemplazione della Natura, come il poeta dice in Pioggia d’agosto: ‘Lotte brutali d’appetiti avversi/ / dove l’anima putre e non s’appaga./ Chiedi al responso dell’antica maga / la sola verità buona a sapersi: / la Natura! Poter chiudere in versi / i misteri che svela a chi l’indaga! / Ah! La Natura non è sorda e muta; / se interrogo il lichene e il macigno / essa parla del suo fine benigno. / Nata di se medesima, assoluta, / unica verità non convenuta, / dinnanzi a lei s’arresta il mio sogghigno. / Essa conforta di speranze buone / la giovinezza mia squallida e sola; / e l’achenio [piccolo frutto secco del cardo che non s’apre alla maturazione, ndc.] che s’invola, / la selce, l’orbettino, il macaone [farfalla diurna, ndc.], / sono tutti per me come personae, / hanno tutti per me qualche parola.’. Chi davvero può oggi parlare sono, per Gozzano, minerali, insetti, animali, piante. L’’unica parola che può risonare nel silenzio della poesia che s’è scoperta finzione e inganno e gioco è quella della Natura..La Natura sostituisce gli aneddoti d’amore infinite volte narrati. Gli amori dei cristalli, di cui Gozzano parla in Una risorta (‘E questi sali gialli / in questo vetro nero?’ / Medito un gran mistero: / l’amore dei cristalli’), costituiscono l’oggetto della meditazione del poeta, cioè il motivo e l’argomento con cui, come dantescamente dichiara alla conclusione di Pioggia d’agosto, ritornerà poeta: ‘O mia Musa dolcissima che taci / allo stridio dei facili seguaci, / con altra voce tornerò poeta!’..
E’ il tentativo di superare il silenzio d’angoscia e d’orrore di fronte all’incombere della morte e al dissolversi dell’amore, per la grande consolazione di chi verifica che tutto, dolore, morte, nascita, è perfettamente previsto, e non si può fare assolutamente nulla, e la stessa poesia non può sopravvivere che facendosi voce di tale determinismo ferreo nell’ambito naturale.”

pp.247-266 “..I due racconti ‘di prima’ che Primo Levi inserisce ne Il sistema periodico, intendono con discrezione provare la non occasionalità della propria scrittura. Essa contiene altro prima della deportazione e di Auschwitz: tanto è vero che i due racconti, stampati, per distinguerli dagli altri, in corsivo, se sono definiti dall’autore ‘minerali’ quasi per render ragione dell’inserimento fra gli altri, che tutti sono intitolati a un elemento del sistema periodico degli elementi, e se pure essi portano il nome di due metalli come il piombo e il mercurio, si distinguono radicalmente dal resto del libro, perché sono fuori dell’itinerario e dell’esperienza d’un chimico ebreo fra le leggi razziali e gli anni del dopoguerra, fino alla fine degli anni sessanta, e affondano piuttosto in un passato ancestrale di rapporti primordiali ancora e alchemici con gli elementi della natura, entro spazi un poco favolosi o perché imprecisatamente remoti o perché perduti lontano dal mondo comunemente frequentato (come è, in Mercurio, l’isola di Desolazione, in mezzo all’Atlantico). Si tratta, sì, di due racconti in cui i due metalli del titolo hanno una parte significativa, ma molto più v’ha spazio l’intento affabulatorio, che si traduce nel senso vastissimo di spazi percorsi per terra e per mare dal nordico Rodmund, che cerca e fonde il piombo come specialità e mestiere della sua famiglia, fino all’isola Ichnusa del profondo Sud, dove finisce con lo stabilirsi e prender moglie e generare figli che proseguono la sua attività (in Piombo) e, in Mercurio, nell’uguale impressione di vastità misteriosa che l’isola di Desolazione dà pur nella sua piccolezza per il fatto d’esser così infinitamente lontana, quasi irraggiungibile nel centro dell’Atlantico. Come Rodmund, il caporale Abrahams, che è rimasto su Desolazione anche dopo che la guarnigione inglese è stata fatta rimpatriare, quando era diventata inutile, essendo morto a Sant’Elena Napoleone, che doveva, sia pure a molta distanza, controllare per qualche non probabile tentativo di fuga, è un personaggio prudente, meditativo, preoccupato di non uscire mai dai confini della ragione, e questo carattere l’avvicina al protagonista autobiografico degli altri racconti..
C’è una scrittura come invenzione, e il massimo d’oggettivazione che può compiere l’autore è d’ancorarla a quanto esiste di più oggettivo, che è il sistema periodico degli elementi, cioè all’oggettività pura di rocce, metalli, composti, tutti ben catalogati e descritti nei trattati di chimica, con le loro reazioni, le loro trasformazioni regolate da leggi precise, la loro epifania su cui non è possibile errore, così come Primo Levi fa con Piombo e Mercurio..I due racconti proprio per questo appaiono come il centro generatore del libro e, al tempo stesso, l’indicazione di poetica che Primo Levi dà al lettore. Sulla linea di Piombo e Mercurio si può ricominciare a scrivere d’altro, dopo Se questo è un uomo..
Si comprende allora perché il primo racconto s’intitoli all’Argon, cioè a un gas inerte, che non si combina con nessuna sostanza, per quanto sia presente in abbondanza nell’aria. Nel racconto non si parla affatto dell’argon, se non come simbolo e allegoria. Si tratta, infatti, d’una rievocazione di antenati familiari e di altri personaggi della comunità ebraica piemontese, lungo un secolo o poco più, uomini e donne designati presso che tutti con gli appellativi di Barba e di Magna, e in massima parte caratterizzati dall’inerzia dell’argon, che li fa a poco a poco fissare in comportamenti stereotipi, sempre con gli stessi modi di vestire e di parlare, accaniti nel ripetere all’infinito le loro manie, pigri spesso d’una pigrizia quasi epica, tanto, alla fine, da farne tipi bizzarri, diversi da tutta la comunità dei non ebrei entro cui vivono, sia pure con contatti quanto più possibile allentati (e fanno eccezione i pochi che, per esempio, sposano una donna cristiana o, addirittura, si convertono, magari soltanto per sfuggire a una moglie insopportabile; in ogni caso, però, anch’essi determinati ad agire e a fare scelte tanto importanti più dall’esterno che dalla propria volontà, due volte inerti, forse, più che decisi ad operare qualcosa nel mondo immobile della comunità ebraica). E’ una folla che s’accalca nelle pagine di Primo Levi, quasi una cronaca familiare fortemente scorciata, nella quale i singoli personaggi sono rilevati dalla loro bizzarria, dai loro tic, dal mondo singolare in cui hanno collocato la propria inerzia..E’ allora possibile, anzi, è un dovere, parlare di tante generazioni di inerti e bizzarri personaggi, per misurare tutto il trauma della violenta costrizione all’uscita dall’inerzia attraverso le persecuzioni razziali. Di qui nasce lo scrittore in Levi. Tutto s’è mescolato per colpa dei persecutori, e lo scrittore deve allora rimettere a posto le cose, ridistinguere gli elementi che si sono confusi, con le opportune analisi separare quelli positivi e quelli negativi, dare a ciascuno la sua etichetta (e di qui muove, da questa oggettività scientifica, il grande moralista che è Primo Levi, quale si dimostra soprattutto ne I sommersi e i salvati e, ne Il sistema periodico, in racconti come Oro e, soprattutto, Vanadio). Essere come l’argon è ormai impossibile: non soltanto, allora, si deve scrivere ciò che s’è visto e patito e altri milioni di uomini hanno patito o hanno compiuto, ma andare oltre, essere, non il gas raro e inerte, ma il narratore di storie, anche della propria autobiografia non soltanto di vittima che ha attraversato l’inferno nazista, ma di uomo comune, di chimico che, con la propria laurea, lavora in una cava, in un’industria farmaceutica, fa l’analista, s’occupa di vernici: cioè fa quello che altri infiniti chimici hanno fatto e fanno o potrebbero fare, a seconda delle occasioni e delle circostanze. Ma tutto dev’essere ancorato a qualcosa d’obiettivamente indubitabile, non passibile subito di deformazione patetica, di illusione, di affabulazione più o meno compiaciuta della memoria: gli elementi, appunto..
In Nichel, c’è tutto l’intrico di amori fra coloro che lavorano nella cava d’amianto dove il protagonista arriva, chiamatovi da un Tenente passabilmente antifascista, che vuol cercar di recuperare, dalle rocce da cui è stato estratto l’amianto, il nichelio che vi è presente in quantità abbastanza limitate. In Fosforo, è l’amicizia per Giulia, che lavora nella stessa industria farmaceutica del protagonista, ha un fidanzato, ma è in contrasto con la famiglia di lui, che la reputa di troppo bassa condizione sociale, e alla fine, dopo un avventuroso viaggio a Milano sulla bicicletta guidata dal protagonista, rompe tutto ed è lì, pronta e disponibile per sostituire il fidanzato lasciato col collega che non le ha nascosto la propria simpatia, ma l’esitazione del giovane è fatale, e l’occasione della vita si chiude. Anche negli altri racconti c’è sempre questa presenza di situazioni umane, di personaggi descritti con rapidità e nettezza di tratto..
C’è un ultimo racconto, che s’intitola Carbonio e che propone una prospettiva fondamentalmente diversa rispetto al resto de Il sistema periodico. In sé sembra riattaccarsi ai racconti di stesura più remota, come Piombo e Mercurio, perché affonda in una sorta di tempo geologicamente quasi impensabile e in uno spazio non meno indeciso, imprescindibile. Il protagonista, se così si può chiamare, è un atomo di carbonio, contenuto in una roccia, che a un certo punto entra in un ciclo di trasformazioni quanto mai lente, passando attraverso le più diverse sostanze, finché viene fissato attraverso le fotosintesi in anidride carbonica che, dopo altre avventure, lo porta nel latte che proprio lo scrittore sta bevendo mentre si mette a scrivere. E’ di nuovo fra noi, in un bicchiere di latte. E’ inserito in una lunga catena, molto complessa, tuttavia tale che quasi tutti i suoi anelli sono accetti al corpo umano. Uno, quello che ci sta a cuore, varca la soglia intestinale ed entra nel torrente sanguigno: migra, bussa alla porta d’una cellula nervosa, entra e soppianta un altro carbonio che ne faceva parte. Questa cellula appartiene ad un cervello, e questo è il mio cervello, di me che scrivo, e la cellula in questione, ed in essa l’atomo in questione, è addetta al mio scrivere, in un gigantesco minuscolo gioco che nessuno ha ancora descritto. E’ quella che in questo istante, fuori da un labirintico intreccio di sì e di no, fa sì che la mia mano corra in un certo cammino sulla carta, la segni di queste volute che sono segni, un doppio scatto, in su ed in giù, fra due livelli d’energia guida questa mia mano ad imprimere sulla carta questo punto: questo. L’atomo di carbonio per centinaia di milioni di anni ha fatto parte d’una roccia calcarea, e ha percorso un’enorme strada nello spazio e nel tempo, attraverso un’infinità di metamorfosi, per arrivare a fissarsi in quella cellula del cervello dello scrittore che determina l’ultimo segno del libro, il punto che lo conclude. E’ l’itinerario dalla materia inorganica a quella organica, dalla roccia alla vita, dall’assoluta inerzia alla storia, dal sistema periodico alla scrittura. E’ quanto Primo Levi ha voluto raccontare lungo tutto il libro. La materia è, di per sé, oggettiva, ma anche inerte: soltanto se viene trasformata può partecipare alla vita, così come avviene nel libro. Come l’atomo di carbonio passa dalla roccia calcarea d’origine alle cellule del cervello dello scrittore, così avviene per la materia, per gli elementi, per la chimica, per tutto ciò che è accaduto e accade nella vita e nella storia, che sono inerti finché non giungono allo scrittore, che li traduce in segni significativi. La vicenda dell’atomo di carbonio, originariamente parte d’una roccia calcarea, descrive il tragitto dalla materia inorganica alla vita, ma tutto acquista valore e senso soltanto nell’attimo in cui l’atomo di carbonio, entrato a far parte d’una cellula nervosa del cervello, coopera a tracciare il segno sulla carta che simbolicamente significa le cose, gli elementi come gli intrecci dei sentimenti e tutti gli eventi della vita..
La storia dell’atomo di carbonio non finirà certamente nella cellula del cervello dello scrittore. Ma da questa sua situazione provvisoria, subito bruciata, nasce quella scrittura che è invece, nei suoi confini, definitiva. Ciò che non muta è l’esito della scrittura, è l’opera dell’autore, che si fissa per sempre, coi suoi segni, sulla carta. Il grande mare in perenne trasformazione e movimento della materia ha un punto fermo, che magari sarà d’arrivo per tanti elementi della materia stessa, ma che certamente non li riguarda più; ed è la scrittura, si tratti dell’autobiografia de Il sistema periodico, oppure del racconto dell’esperienza definitivamente traumatica dei tempi moderni, quale quella di Auschwitz e, dopo, delle conseguenze immediate di Auschwitz e del sistema di distruzione dell’uomo che ne ha costituito il senso in Se questo è un uomo e ne La tregua.”

collineGiorgio Barberi Squarotti, LE COLLINE, I MAESTRI, GLI DEI. In copertina: S.Fiorenzo, Miracolo del grano (particolare), Bastia Mondovì. Treviso,, Santi Quaranta, 1992, pp.1-270

Saggi del docente universitario torinese, mio compianto corrispondente.

p.7 Premessa
p.11 Il paesaggio dell’anima
p.15 Devoto omaggio a Giovanni Getto
[p.23 Augusto Rostagni e il primo novecento italiano
p.41 Rostagni e Giuliano: il trionfo della satira
p.51 La critica dantesca di Benvenuto Terracini
p.61 Il problema estetico per Mazzantini
p.73 Gobetti critico di teatro]
p.83 Antropologia e polemica: l’area piemontese
p.95 Gozzano: letteratura e vita
[p.111 Tarchetti: ‘Una nobile follia’
p.119 Roberto Sacchetti: ‘Vecchio guscio’
p.129 Giacomo Debenedetti narratore
p.145 Forme e figure della narrativa di Augusto Monti
p.157 Il viaggio come struttura del romanzo pavesiano
p.175 Fenoglio: l’eroe, la città, il fiume
p.203 Per Arpino
p.231 Calvino: il teorema e il labirinto della scrittura
p.247 Primo Levi: il sistema della scrittura
p.269 Indice dei nomi


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