Giovanni Bertacchi, IL CANZONIERE DELLE ALPI

lordinedi Beppe Ottone

 

p.95 La selva

Or che spoglia la selva dei frondosi velami
consente ampio miraggio a la pupilla assorta,
io vengo, e lungi miro fra i nudi tronchi e i rami
l’alpestre plaga, effusa di luce fredda e smorta.

Sciogli il mister di tutto quello che amasti ed ami,
o cuore inebriato qui ne la selva morta.
Ascolta: alcun qui parla: l’aura fredda ti porta
da la val, da la selva, fuggitivi richiami.

E’ il monotono e lungo fischiar d’un boscaiolo
là, su la balza: un roco gemer d’acque scorrenti,
per traccia secolare, dai graniti perenni.

E’ il gemito d’un’ultima foglia che cade, il volo
d’un passero disperso: voci arcane, fuggenti
dal grembo de la patria pei silenzi solenni.

p.127 I montanari

Amo al desco seder con questa rude
prole robusta de la Rezia mia,
che nei semplici e franchi usi racchiude
tutta l’ingenua libertà natia.

A le fosche tormente, a l’aure crude
essi temprar l’avita gagliardia:
per ghiacci insidiosi e rupi ignude
frugar su l’Alpe ogni segreta via.

Ne le chiuse osterie, sorbendo lieti
lo stillato licor, narrano imprese
ardue di caccia e i varchi custoditi;

ed io fra lor richiamo antiche e miti
fantasie: lunghe veglie, inverni cheti.
Il buono e vecchio amor del mio paese.

p.153 e sg. L’alba della partenza

Anche una volta arridimi dal chiaro
nordico lembo, o vision del monte,
pria ch’estranio orizzonte
s’apra al viaggio senza fine amaro.

E in cor mi porterò, quale io la vidi,
l’ultima stella del mio ciel paterno,
mistico raggio al verno
che m’attende laggiù nei mesti lidi.

E in cor mi porterò questo malcerto
riso de l’alba e l’aura che, seguendo
il mio cammin deserto,
de la patria l’addio va ripetendo.

L’anima de la patria al fuggitivo
occhio si scopre in cento cari aspetti;
i dolci e tristi affetti
sembran quasi venir dal suol nativo,

per ignoto consenso, a suadermi
il dolor di quest’ora; essa, l’antica
madre, da l’ombra amica
de le foreste, da l’oblio degli ermi

balzi e dei prati un pio fascino emana.
Forse è la grande, l’ultima tristezza
che invita a morte arcana
l’ultimo amore de la giovinezza.

p.159 Invio

Lassù, dove la patria
terra al piè delle rupi accoglie i morti,
inno del mio pensiero, eco dell’anima,
l’aura pura del verno a vol ti porti.

Tu sai la croce povera
che il pio mirto consola e il tempo rode;
ella sta di quel Caro in su le spoglie ,
ai vecchi affetti miei santa custode.

Là posa: accanto al tumulo
un avvenir d’amore, inno, t’attende:
tu rivivrai lassù casta memoria
del benedetto asil ne le vicende.

Diventerai la lagrima
che dal balzo imminente assidua stilla;
diventerai la neve, il manto vergine
che a la luna da l’erma alpe scintilla.

e quando, a marzo, il tepido
soffio s’innovi e il giovinetto sole,
ti svolgerai dal sen de la materia
col romito odorar de le viole.

Così dove il silenzio
funebre regna e il triste oblio divino,
oh, vita ne la morte! ivi eternandosi
compie l’inno il suo voto e il suo destino.”

Giovanni Bertacchi, IL CANZONIERE DELLE ALPI, Sesto S. Giovanni, Madella,1914, pp.1-163
canzoniere


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