Michael Evgrafovic Saltykòv-Scedrìn, I SIGNORI GOLOVLEV E ALTRE STORIE

golovievI signori Golovlev
Lo sfondo è la servitù della gleba, nonostante che lo svolgimento del romanzo sia cronologicamente posto nei tempi successivi all’abolizione di essa. Questo svolgimento è dato dalla rovina graduale e definitiva d’un’antica famiglia nobile, in cui tutto è ormai marcio e alla quale perciò neppure migliorate condizioni economiche potrebbero portare aiuto. Le tre qualità che i Golovlev si tramandano di generazione in generazione sono l’ozio, l’incapacità al lavoro e l’ubriachezza. Nell’ultimo germoglio della famiglia, Porfirij, al quale i fratelli han dato il soprannome di Iùduska, queste qualità hanno raggiunto il limite estremo. Dei suoi due fratelli uno si dà all’ubriachezza e muore, l’altro diventa semifolle.

Iùduska è soprattutto preoccupato d’accaparrarsi tutto il patrimonio familiare. Egli ha due figli, uno dei quali è da lui diseredato perché ha fatto un matrimonio d’amore e che si uccide; l’altro ha perduto al gioco, giuocando denaro sottratto alla cassa del reggimento, chiede invano aiuto al padre, è degradato, condannato ai lavori forzati e muore all’ospedale. Iùduska ha un’amante che diventa la governante della sua casa, ma il cui figlio, avuto da lui, egli non riconosce e finisce perciò in un asilo per trovatelli. Della famiglia fanno parte ancora due nipoti, le quali diventano attrici di provincia; una si avvelena; l’altra cerca rifugio in casa dello zio. Questi le propone apertamente di diventar la sua amante; ella fugge, ma finisce col ritornare, quando però ogni fascino di seduzione è scomparso dal suo viso e dal suo corpo. E finisce col diventare compagna d’orge dello zio.
Ella riesce a suscitare nell’anima di Iùduska il sentimento del rimorso, poi il desiderio dell’espiazione che si concreta col suicidio di lui sulla tomba della madre.

dalle Favole
Il saggio Ghiozzo
“C’era una volta un ghiozzo..- Guarda, figliolo – diceva il vecchio ghiozzo, morendo – se ti vuoi godere la vita, sta con gli occhi bene aperti! -..Il vecchio padre l’aveva avvisato più d’una volta a proposito della canna: – Più di tutti guardati dalla canna! – diceva egli..
Egli, il ghiozzo figlio, tenne bene in mente le lezioni del ghiozzo padre, e se le attorcigliò, come si dice, intorno ai baffi. – Bisogna tenere gli occhi spalancati! – disse egli a se stesso, e così tirò avanti la vita. Prima di tutto inventò per se stesso una tana fatta in modo che egli solo ci potesse entrare e nessun altro!..Finalmente, grazie a Dio, se la scavò come si deve. Pulita, in ordine e proprio che vi potesse stare giusto uno solo..
Tutto il giorno rimaneva nella tana, non dormiva la notte a sufficienza, non mangiava a sazietà e pensava sempre: – A quanto pare, son vivo. Ah, che sarà domani! -.
Qualche volta addormentandosi, poveraccio, sognava che aveva un biglietto di lotteria e aveva vinto con esso duecentomila rubli..
E il saggio ghiozzo visse in questo modo per più di cent’anni. Tremando sempre, sempre..
Sonnecchiava. cioè non sonnecchiava veramente, ma agonizzava. Nei suoi orecchi risuonavano i mormorii che precedono la morte e un languore si diffuse per tutto il suo corpo. Ed egli ebbe lo stesso sogno tentatore d’una volta. Gli pareva d’aver guadagnato duecentomila rubli, d’esser cresciuto e d’inghiottire egli stesso i lucci. E mentre così sognava il suo muso pian piano si sporse tutto quanto fuori della tana.
E ad un tratto scomparve. Che cosa era accaduto? O che il luccio l’avesse inghiottito, o che il granchio l’avesse spezzato con le sue branche, o che fosse morto di morte naturale, salendo poi alla superficie dell’acqua, non ci furono testimoni per confermare l’una o l’altra ipotesi. Più verosimile di tutto è che egli morì da sé, perché quale piacere avrebbe avuto il luccio a inghiottire un malaticcio, morente ghiozzo e per di più saggio?”

Il Coracino idealista
“..Come avvenne che il coracino e la spillancola [tipo di pesce,ndc.] s’incontrassero, non so, so soltanto che una volta incontratisi, subito si misero a discutere. Discussero una volta, discussero un’altra, e poi ci presero gusto, cominciarono a fissare degli appuntamenti…
I giorni seguivano ai giorni, e non si vedeva la fine delle discussioni tra il coracino e la spillancola..
– Bisogna che i pesci si vogliano bene tra di loro! – predicava egli – che ognuno sia pronto a difendere tutti, e tutti ognuno: ecco quando si realizzerà la vera armonia!
– Io vorrei sapere come attaccherai col tuo amore il luccio! – cercò di calmarlo la spillancola.
– – L’attaccherò, amico, s’ostinava nella sua idea il coracino. – Io conosco delle parole che in un momento trasformeranno qualsiasi luccio in un coracino.
– Beh, sentiamo!
– Domanderò semplicemente: sai tu, luccio, che cosa sia la virtù e quali doveri essa imponga verso il prossimo?
– Sbalorditivo, non c’è che dire! Vuoi che per questa domanda ti trapassi la pancia?
– Ah, no, fammi il piacere, non scherzare!..
I giorni seguivano ai giorni e il coracino continuava a delirare..E dàgli e dàigli, improvvisamente venne da lui il muggine con una citazione, che diceva, che l’indomani sarebbe venuto nella baia il luccio così che egli, il coracino, appena giorno si sarebbe dovuto presentare a rispondere!
Il coracino però non s’intimorì. Prima di tutto egli aveva sentito esprimere opinioni così diverse sul luccio che anch’egli ormai era curioso di conoscerlo personalmente; e poi egli sapeva d’avere una tale parola magica, che appena detta, avrebbe trasformato il luccio più feroce in un coracino. Egli riponeva molte speranze in quella parola…
E venne la mattina dopo il luccio, per davvero..
– Ho sentito – disse il luccio – che tu, coracino, sei molto intelligente e maestro nel far discussioni. Voglio avere anch’io con te una discussione. Comincia.
– Penso soprattutto alla felicità – rispose modestamente, ma con dignità, il coracino – che tutti siano felici, non io solo. che tutti i pesci possano nuotare in qualsiasi acqua, e se qualcuno vuol nascondersi nella melma, possa stare anche nella melma.
– Uhm! e tu credi che questo sia possibile?
– Non soltanto lo credo, ma ne aspetto la realizzazione ogni ora..Ognuno per tutti e tutti per ognuno, ecco come dovrà essere. Quando ci difenderemo l’un l’altro, nessuno ci potrà più far torto..Bisogna abbandonare al suo destino la zuppa di pesce!
– Non so. Agli uomini fa poco piacere abbandonare ciò che pare loro buono. E poi, chissà quando sarà questo. Ecco: secondo te ciò vuol dire che anch’io debbo lavorare?
– Come gli altri, così anche tu.
– Lo sento per la prima volta. Va a dormire!
Dormisse o no a sufficienza, il coracino, in ogni caso la sua intelligenza non crebbe. A mezzogiorno di nuovo egli si presentò alla discussione, e non soltanto senza alcuna timidezza, ma perfino più allegro in confronto di prima.
– Così tu ritieni che io lavorerò e tu godrai, da ghiottone, delle mie fatiche? – il luccio pose direttamente la questione.
– L’uno dall’altro..dai lavori comuni, reciproci…
– Comprendo: ‘l’uno dall’altro’…e fra gli altri anche da me…uhm! A me pare, però, che tu faccia dei discorsi scandalosi. Muggine, come si chiamano questi discorsi all’epoca di oggi?
– Socialismo, eccellenza!
-Lo sapevo bene. Da un pezzetto sento: il coracino fa dei discorsi sobillatori! Soltanto pensavo: voglio sentire da me stesso…Ecco dunque quale sei tu!..
A queste parole il coracino sentì che, ad un tratto, il cuore gli si infiammava. In un momento egli tirò indietro la pancia, palpitò tutto e guardando direttamente negli occhi il luccio, urlò con tutta la sua forza: – Sai tu cos’è la virtù?
Il luccio spalancò la bocca per la sorpresa. Tirò macchinalmente l’acqua e, senza voler affatto inghiottire il coracino, l’inghiottì.
I pesci che erano stati testimoni di questo avvenimento rimasero per un momento sbalorditi, ma subito si riebbero e si affrettarono verso il luccio per domandargli se esso aveva cenato bene e se non gli era andato di traverso il boccone. E la spillancola, che in precedenza aveva già tutto previsto e predetto, nuotò innanzi e dichiarò solennemente.- Ecco come sono le nostre discussioni!”.

Il dolore del Lucherino
“Una Canarina, Proserpina, sposò un Lucherino e il matrimonio fu celebrato con grande pompa..Da quasi tutta la foresta erano venuti gli uccelli per vedere i giovani sposi e anche gli ospiti d’importanza furono molti..Fecero festa tutta la sera, così che il tramonto s’era già spento da un’ora, quando il lucherino salì nel nido con la giovane moglie. Egli si sentiva bene, divinamente! La notte tiepida olezzava, le stelle risplendevano nel cupo azzurro del cielo come dei diamanti, ed egli, il Lucherino, ardeva tutto! Proserpina stessa sembrava piegarsi al fascino di questa passione. Essa chiuse gli occhietti languidamente, e, trasalendo dolcemente, lo picchiò col nasino sulla cima della testa. Ma in quello stesso momento ad un tratto davanti al nido dei lucherino passò una processione di ubriachi. Erano i fratelli della sposa accompagnati da una folla di compagni, essi con grida e con fischi intonavano la canzone: Malbrouk s’en va t-en guerre. Sentendo questi suoni la giovane sposa si trasformò istantaneamente. In un déshabillé da notte essa uscì sull’orlo dell’albero e proprio fino a quando non risuonò il canto degli ultimi galli non fece altro che ridere insieme agli allievi ufficiali. il Lucherino, indossata l’uniforme, stava dietro alla giovane moglie e si sforzava anche lui di divertirsi. Ma ahimè! presto dovette convincersi che nel grado di maggiore l’allegria non sta bene. Per quanti sforzi facesse, il grado insieme all’età avanzata ebbero il sopravvento. I suoi occhi si chiusero e dopo un minuto un forte russare riempiva tutto l’interno dell’albero. Nemmeno la risata che seguì ebbe il potere di svegliarlo. Così in uniforme con tutti i bottoni abbottonati egli dormì la prima notte della sua luna di miele.
Da questo momento egli fu definitivamente rovinato agli occhi della giovane moglie.
Quando egli si svegliò – sebbene fosse ancora prestissimo – non si vedeva più traccia di Proserpina.. La ragazza che egli aveva preso come domestica, riferì che la signorina era andata dalla mamma, ma non sapeva se avrebbero mangiato in casa o no.
‘Signorina’, questa parola lo scottò come l’acqua bollente!
Egli guardò fuori dell’albero e saltò sul ramo più vicino..Evidentemente, quella notte della sua esistenza era accaduto qualche cosa d’importante, che copriva tutto il suo avvenire come un’incancellabile macchia oscura; egli avrebbe dovuto adempire un dovere, assai poco difficile del resto, e di cui ogni lucherino è capace, ma egli, come lo schiavo pigro e astuto, non aveva adempito questo dovere..
Egli avrebbe dovuto respingere l’assalto del gruppo ubriaco; avrebbe dovuto difendere col pettoil diritto alla realizzazione del proprio ‘dovere’, iniziare, in nome del dovere, una battaglia sanguinosa.
– Vergogna! ripeté egli automaticamente, senza levarsi l’uniforme, scapigliato, con lo stomaco chiuso, volo là!..
Verso sera tuttavia Proserpina ritornò, ma senza dire bonjour, passò direttamente nel suo nido..
Il martirologio del maggiore cominciò.
Nel corso di tutto il mese la giovane moglie non scambiò con lui neppure una parola. Essa veniva ogni sera all’albero del Lucherino, si coricava nel nido e ogni mattina scompariva così misteriosamente e rapida che il maggiore non riuscì mai a spiarla..
Passò ancora un mese! L’atteggiamento di Proserpina verso il maggiore si mutò alquanto ma non in meglio. La Canarina entrò gradualmente nella sua parte, diventò impudente..
– Ho bisogno di denaro – diceva essa.
– Quanto desiderate?
– Non ‘quanto’, date!..
Dopo aver saccheggiato la cassa del marito essa partiva e dopo un’ora egli vedeva i risultati del saccheggio..Così continuò per quindici giorni. La notte, sparizione misteriosa, di giorno, attacco isterico, lacrime..Finalmente, essa non ritornò affatto. Il maggiore aspettò un giorno, due e decise d’aspettare senza fine..
E improvvisamente, in una tiepida sera di maggio, essa ritornò! Ritornò magra, malata, scapigliata e come fuori di sé. il ciuffetto sulla testina strappato, le pennucce sulle alette erano sgualcite, la codina magrolina; perfino il vestitino giallo era sbiadito e diventato grigiastro. Ed essa tremava tutta, ma non di freddo né di vergogna. Il Lucherino a stento la riconobbe.
– Eccomi, sono venuta – disse essa.
– Rimani – le rispose il Lucherino.
Questo fu tutto quel che si dissero. del passato, silenzio, dell’avvenire, non una parola.
E da allora essi vivono uno accanto all’altro sullo stesso albero, tacciono e pensano sempre a qualche cosa. Forse aspettano un miracolo, che apra i loro cuori e li colmi del giubilo del perdono e dell’amore; ma forse, si riconoscono definìtivamente schiacciati e si lamentano cupi. Lui: – Ah, hai spezzato la mia vita, bambola senza cuore! -. Essa: – Ah!, sei stato la disgrazia della mia gioventù, ripugnante maggiore! -.

il Montone smemorato
“..Il montone era un merinos inglese di razza. Il proprietario Ivàn Sozòntic Rastakòvskij aveva pagato per lui delle somme pazze e riponeva in lui delle grandi speranze…
Appena arrivato a destinazione il montone, realmente, si era mostrato dal suo lato migliore..
E ad un tratto questo sogno. Che sogno fosse stato il montone decisamente non riusciva ad immaginarselo..Egli girava per la stalla, come smarrito, e non faceva che belare: – Che cosa ho sognato? Spiegatemi, che cosa ho sognato?..
Per quanto egli sorvegliasse se stesso, per ricostruire nella propria memoria il sogno appena visto, i suoi sforzi continuavano ad essere vani..
Il montone – evidentemente con premeditazione – dormiva dalla mattina alla sera come se cercasse di trovare nel sonno quelle sensazioni dolci, la cui ricostruzione gli era negata dalla realtà sveglia..
Ed ecco giunse il desiderato momento della luce..Il montone era sdraiato solitario in mezzo allo steccato. Ad un tratto saltò su rapidamente ed inquieto..
Davanti al suo sguardo che si offuscava s’apriva il dolce mistero dei suoi sogni.
Ancora un minuto ed egli trasalì per l’ultima volta. Poi le gambe gli si piegarono, ed egli stramazzò al suolo morto.
Ivan Sozòntic fu molto addolorato della sua morte.
– E quale ne è stata la causa? – si lamentava egli ad alta voce. – Era un montone come qualunque altro montone, e ad un tratto, come se fosse stato ispirato…Nikita, tu fai il pecoraio da cinquant’anni, dovresti perciò conoscere questa stupida razza; di’, perché gli è successa una tale disgrazia?
– Probabilmente ha sognato un ‘montone libero’ – rispose Nikita – ha veduto nel sogno senza però riuscire a comprendere in modo giusto. Così prima è stato preso da malinconia, e poi col tempo è crepato. Lo stesso che capita a noi altri..”

Konjàga
“..Konjàga è una ‘rozza’ comune da contadini: rifinita, accasciata, dal petto stretto, con le costole di fuori, le spalle scottate e le gambe stroncate. La testa la tien giù bassa; la criniera sul collo è tutta scompigliata e dagli occhi e dalle narici cola dell’umore
viscido; il labbro superiore gli penzola come una frittella..
Konjàga sonnecchia e sulla sua tormentosa agonia, che gli tien luogo di riposo, invece d’immagini di sogno, si libra come un incubo soffocante, sconnesso. Un incubo, in cui non solo non appaiono delle figure, ma neppure dei mostri, in cui c’è soltanto un’enorme macchia, ora nera, ora di fuoco che sta ferma o si muove insieme al martirizzato Konjega e lo trascina dietro di sé, sempre più lontano in una profondità senza fondo..
Konjàga va da un’aurora all’altra, e davanti a lui va la macchia nera ondeggiante che lo trascina, trascina dietro di sé. Ecco che ora ondeggia davanti a lui, e ora, attraverso la sonnolenza egli sente l’incitamento:
– Via, caro, via, forzato!
Mai non si spegnerà questa palla di fuoco, che da un’aurora all’altra riversa su di lui una corrente di raggi roventi; mai non cesserà la pioggia, la tempesta, la neve, il gelo. Per tutti la natura è una madre, soltanto per Konjàga è un flagello, una tortura. Ogni fenomeno della sua vita si riflette su di lui tormentosamente, ogni rifioritura è per lui un veleno..Per lui non c’è olezzo né armonia di colori, né varietà di fiori; non conosce altra sensazione oltre quella del dolore, della stanchezza e della sventura..
Quel che importa è che la sua vita sia capace di sopportare il giogo del lavoro. Da quanti secoli egli porta questo giogo, non sa, né conta per quanti secoli dovrà portarlo ancora..
Si sveglia il contadino:
– Via, forzato, muoviti!
– Guardate, guardate! – gridano tutti insieme d’accordo – guardate come si stende, come si sforza con le gambe anteriori e spinge con quelle posteriori. Ecco, giusto, il mestiere ha paura del maestro. Sforzati, Kunjaga! Ecco da chi bisogna imparare. Ecco chi bisogna imitare! Avanti, forzato, avanti!”

La coscienze smarrita
“La coscienza era andata smarrita. Gli uomini continuavano ad affollarsi nelle strade e nei teatri, secondo il solito, ora si rincorrevano, ora si sorpassavano l’un l’altro; secondo il solito, s’affaccendavano, miravano a cogliere al balzo la fortuna, senza che a nessuno venisse in mente che improvvisamente era mancato qualcosa e che, nella generale orchestra della vita, uno strumento aveva cessato di suonare. Anzi, molti cominciavano a sentirsi perfino più freschi e più liberi. Più facile anzi si fece il cammino dell’uomo, fu più agevole dare lo sgambetto al prossimo, più comodo adulare, strisciare, ingannare e piaggiare e calunniare. Ogni malanno fu d’un tratto eliminato; gli uomini non camminavano ma sembrava volassero, niente più li faceva pensare, ed il presente ed il futuro, tutto sembrava mettersi addirittura nelle loro mani, a loro fortunati, che non si erano accorti che la coscienza era andata smarrita. La coscienza era scomparsa improvvisamente, quasi istantaneamente. La povera coscienza giaceva in mezzo alla via, straziata, disprezzata, calpestata dai passanti.
Raccolta, passa dall’uno all’altro, ognuno cerca di disfarsene perché impedisce di far affari, di far carriera, ecc.
E a lungo, in questo modo, vagò per il mondo la povera coscienza scacciata e passò, dall’uno all’altro, per molte migliaia di persone…fino a che entrò nel cuore puro di un fanciullo..”

L’Aquila mecenate
“..Ci fu una volta un’aquila maschio che si stufò di vivere in isolamento. Egli disse un giorno alla sua femmina: – E’ noioso vivere soli a quattr’occhi. Tutto il giorno a guardare il sole: c’è da rimbecillire..
Dopo aver riflettuto decise. Un giorno egli chiamò il nibbio, l’avvoltoio ed il falcone e disse: – Radunate la servitù, come si usava nei tempi antichi dai proprietari, essa mi consolerà ed io la terrò in terrore. Ecco tutto -…
E furono organizzati. I re di quaglie e le oche sonagliere formarono un’orchestra con strumenti a fiato; i pappagalli furon vestiti da saltimbanchi; alla gazza dai bianchi fianchi, visto che è ladra, furono affidate le chiavi della tesoreria, obbligando i gufi e le civette a girare di notte per far la ronda. In una parola misero su un ambiente tale che nessun nobile se ne sarebbe vergognato. Non dimenticarono neppure il cuculo e lo destinarono come augure presso la moglie dell’aquila e per gli orfani del cuculo costruirono un brefotrofio.
Ma non avevano neppure fatto in tempo ad attivare come si deve il personale della corte, che dovettero convincersi che c’erano parecchie lacune. Pensarono, pensarono che cosa potesse mancare e, finalmente, compresero: in tutte le corti sono obbligatorie le scienze e le arti, e l’aquila non aveva né l’una né le altre. Tre uccelli, in particolar modo, consideravano questa omissione offensiva: il fringuello, il picchio e l’usignolo..
Questi tre uccelli aggredirono il falcone: – devi riferire, devi riferire!
L’aquila maschio ascoltò il rapporto del falcone sulla necessità dell’istituzione delle scienze e delle arti e non comprese subito..
– Tu probabilmente non sai che anche Bonaparte è morto – disse il falcone.
– Che Bonaparte?
– Dico bene. Non sarebbe male saperlo. Quando verrano gli ospiti, ne parleremo. Diranno: quando c’era Bonaparte, è successo questo e questo, e tu spalancherai soltanto gli occhi. Non sta bene..
– Ebbene, io non sono contrario alle scienze! – disse finalmente l’aquila maschio.
Detto fatto. Il giorno seguente per la servitù dell’aquila cominciò ‘il secolo d’oro’. Gli storni studiavano l’inno ‘Le scienze alimentano i giovani’, le quaglie e i gabbiani facevano le prove con le trombe, i pappagalli inventavano nuovi e svariati espedienti. Sui corvi furono messe delle imposte nuove, col nome di imposte ‘culturali’, per i giovani falconi ed avvoltoi furono istituite delle scuole militari, per le civette, i gufi e i barbagianni un’accademia delle scienze e a questo proposito anche ai piccoli corvi furono distribuite delle copie dell’alfabeto da un soldo..
La causa della cultura non fu abbandonata. I piccoli avvoltoi e i falchetti continuarono ad andare a scuola: l’accademia delle scienze si accinse a pubblicare il vocabolario e fece più della metà della lettera A; il picchio terminò il decimo volume della sua ’Storia degli orchi’..
Il fatto è che il falcone e la civetta, che si erano assunti la parte di guida nella causa culturale, avevano commesso un grande errore, mettendosi in testa d’istruire l’aquila maschio. Gli insegnarono secondo il metodo fonetico, facile e divertente. Per quanto faticassero, dopo un anno l’aquila firmava invece di Aquila, Acquila, così che nessun serio creditore accettava delle cambiali con questa firma..
I torbidi cominciarono così, che al posto del falcone, morente, si presentarono due pretendenti: l’avvoltoio e il nibbio reale. E siccome l’attenzione dei due rivali era rivolta esclusivamente alle questioni personali, gli affari della servitù passarono in secondo ordine e cominciarono a poco a poco a essere trascurati.
Dopo un mese, del recente ‘secolo d’oro’ non erano rimaste neanche le tracce. Gli storni s’impigrirono, le quaglie cominciarono a stonare, la gazza dal fianco bianco rubava senza tregua, sui corvi s’era accumulata una tale massa di debiti, che si dovette ricorrere alla fustigazione. Si arrivò al punto di servire del cibo guasto sia all’aquila maschio che a sua moglie.
Per giustificare se stessi in questo disordine, l’avvoltoio e il nibbio si porsero temporaneamente la mano e diedero la colpa di tutti gli infortuni alla cultura. Le scienze incontestabilmente sono utili, ma soltanto a tempo debito. I nostri nonni, dicevano, hanno vissuto senza scienze, anche noi vivremo senza..
– Basta! – risuonò ad un tratto nell’alto.
Questo gridò l’aquila. L’istruzione arrestò il suo corso. In tutta la corte regnò un tal silenzio, che si poteva sentire come strisciavano per terra i mormorii della calunnia.
Prima vittima del nuovo soffio cadde il picchio. Uccello disgraziato davvero, non era colpevole. Ma non era analfabeta e questo era pienamente sufficiente per l’accusa.
– La punteggiatura la sai adoperare?
– Non soltanto i comuni segni di punteggiatura, ma anche quelli straordinari, come le virgolette, il trattolino, la parentesi, sempre con vera coscienza, li metto al loro posto.
– E il genere femminile dal maschile lo sai distinguere?
– Posso. Anche nottetempo non sbaglierei.
Ecco tutto. Adornarono il picchio di manette e lo rinchiusero in eterno nel vuoto dell’albero. E il giorno dopo egli morì in quest’albero cariato, mangiato dalle formiche.
Appena finita la storia col picchio, seguì la disfatta dell’accademia delle scienze..
Le camere della servitù si svuotarono. Rimasero l’aquila con la moglie e presso di loro l’avvoltoio e il nibbio. E in disparte una massa di corvi, i quali si moltiplicavano vergognosamente. E quanto più si moltiplicavano tanto più si accumulavano su di loro i debiti.
Allora l’avvoltoio col nibbio non sapendo chi distruggere (i corvi non si contano) cominciarono a distruggersi l’un l’altro. E tutto ciò sul terreno delle scienze. L’avvoltoio riferì che il nibbio in segreto leggeva il breviario, e il nibbio denunziò che l’avvoltoio teneva nascosti nell’albero i ‘canti nuovissimi’.
L’aquila si turbò..
Allora si voltò alla moglie e dichiarò:
– Che questo serva di lezione alle aquile.
Ma che cosa significasse in questo caso la parola ‘lezione’, che la cultura è dannosa per le aquile o che le aquile sono dannose per la cultura o, infine, l’una cosa e l’altra insieme, questo egli non disse.”

Misa e Vanja
La tragica storia di due bambini che cercano di uccidersi (ad uno vi riesce) per sottrarsi ai maltrattamenti della padrona.

Michael Evgrafovic Saltykòv-Scedrìn, I SIGNORI GOLOVLEV E ALTRE STORIE, traduzione, introduzione e Nota biografica, p.XLI, di Ettore Lo Gatto, Roma, Casini editore, 1961, pp.1-600

saltykov_golovlev_opereStorie di Saltykov-Scedrin (Spas-Ugol’,1826 – Pietroburgo, 1889).

p.1 I signori Golovlev

p.301 dalle Favole
p.303 Il saggio Ghiozzo
p.309 Il Coracino idealista
p.321 il dolore del Lucherino
p.338 Il Montone smemorato
p.344 Konjaga
[p.351 La notte di Pasqua]
p.357 La coscienza smarrita
[p.369 L’Orso come Governatore militare]
p.380 L’Aquila mecenate

p.394 dai Racconti innocenti
[p.393 L’arrivo dell’Ispettore generale]
p.425 Misa e Vanja
[p.438 La quiete campagnola

p.457 Lo ‘Spleen’ nobiliare
[9p.521 La morte di Pazùkin – commedia in quattro atti]
p.488 I funerali di un letterato


BEPPE OTTONE

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