Michail Bulgakov, DIAVOLEIDE

bulgadi Beppe Ottone

Il N.13
Le cose stavano così. Ogni sera le 170 finestre del gigante grigio opaco a cinque piani s’accendevano, gettando la loro luce verso il cortile d’asfalto con la fanciulla di pietra nella fontana. Verde in faccia, nuda, silente, con una brocca sulla spalla, ella guardava languida nel rotondo specchio senza fondo per tutta l’estate. Ma d’inverno una ghirlanda di neve si posava sui vorticanti capelli di pietra. Ogni sera le automobili.. strepitavano e vibravano in tondo per il gigantesco e liscio semicerchio davanti agli ingressi: leggiadre, piccole lanterne brillavano alle estremità delle stanghe delle eleganti carrozze a cavalli. Oh, che palazzo famoso era quello! Il lussuoso palazzo El’pit-Comune Operaia!..
E al n.2 Christi, ma chi è Christi? Ci fosse tempesta o nevicasse, lo stesso El’pit si toglieva il berretto di astrakan davanti alla donna in pelliccia di cincillà, se l’incontrava mentre scendeva dalla sua carrozza tirata a specchio. E le sorrideva. A saldare i conti della donna, provvedeva un uomo di così alta posizione, che non aveva neppure il cognome. Firmava col nome di battesimo, in un criptico svolazzo. Che si può dire. Era un vero palazzo. Gran signori, gran vita. Nelle sere d’inverno, quando il diavolo, travestito da tormenta di neve, faceva le capriole e ululava sotto le gronde di ferro sui tetti, abili portinai sospingevano davanti a sé i cumuli con gli attrezzi e spazzavano il cortile fino al pelo dell’asfalto. Quattro ascensori salivano e scendevano senza rumore. Mattina e sera, come per magia, il calore si riversava dai grigi accordi delle tubature in tutti i 75 appartamenti. Sulle mensole ai pianerottoli ardevano le lampade. Nei recessi degli appartamenti, bianche vasche da bagno, un opaco balenare di telefoni nelle superbe anticamere in penombra. Tappeti. Un silenzio solenne negli studi. Massicce poltrone di cuoio. E perfino agli ultimi piani abitavano pezzi grossi di prima forza..Era un periodo di splendore. E poi non ci fu più nulla. Sic transit gloria mundi! Lo stesso El’pit se ne andò con i soli abiti che aveva indosso..In due stanze dell’appartamento 50 bruciarono il parquet per scaldarsi. Ma perché raccontare tutto questo? Ma un miracolo avvenne. Il palazzo El’pit Comune Operaia era riscaldato. Il fatto è che in due stanze d’un appartamento nel seminterrato era rimasta una certa persona: Christi desiderava che la Comune operaia resistesse, illeso gigante grigio, e non cadesse in rovina. E così, quelli non molestarono Christi, ma gli diedero anche uno stipendio..
Alle due del mattino, mentre Christi dormiva, mentre in tutte le camere gli inquilini dormivano raggomitolati come cagnolini sotto i loro stracci e i cappotti di pelliccia, la stanza 5 dell’appartamento 50 divenne un paradiso. Fuori dalle nere finestre imperversava una tormenta indiavolata, ma nella stufetta danzava un piccolo principe di fuoco, che bruciava i riquadri del parquet..E il principe danzava e scintille filavano per il tubo nero e volavano nelle fauci misteriose. E in solaio..
Con una mano Christi aveva strappato il ricevitore del telefono dal gancio: – Passatemi la caserma dei pompieri
Precistenka! -..L’acqua si rovesciava a cascate dai gradini per le scale..Ma la benzina, cari amici, la benzina! Siamo spacciati!. Dalla stanza 5, un’esplosione, un’altra ancora! E ora non un piccolo principe, ma un re fiammeggiante cominciò a suonare una rapsodia quanto mai minacciosa. E non un capriccio, ma un terrificante brioso..E a quel punto fu l’inferno. Letteralmente l’inferno..E non rimase più alcun segno nel cielo a testimoniare che il famoso n.13, il Palazzo El’pit-Comune operaia era stato raso al suolo dalle fiamme.: pp.149-159

Trattato sulle abitazioni
1.
Non fu da un lontano orizzonte che studiai la Mosca degli anni 1921-24. Capitò quando avevo cominciato a lavorare per un giornale privato del settore commerciale e industriale e avevo chiesto un aumento al direttore. Il direttore non mi diede l’aumento, ma disse: – Vada in vicolo Zlatoupenskij, sesto piano, stanza 343 -. O forse 180? Non rammento. Non importa. – Procuri l’inserzione e io le darò il 25 per cento. -. Mi arrampicai al sesto piano, trovai la stanza n.300 e all’interno trovai un uomo dai radi capelli rossi che ascoltò quanto avevo da dirgli e non mi concesse l’inserzione..Tutto è possibile. L’unico lato buono è che non salirò mai più là in cima, né a piedi, né in ascensore. Sì, molte cose sono mutate sotto i miei occhi..Un unico desiderio mi sospingeva da un capo all’altro della strana e immensa capitale: il desiderio di trovare una fonte di sostentamento. E la trovai, benché grama, incerta e irregolare. La trovai nei lavori più stravaganti, transitori come la tisi galoppante, procurandomela con strani, precari sistemi, molti dei quali mi paiono ridicoli, ora che le cose mi vanno meglio..Mi tengo di riserva il lavoro di guida turistica, per un tempo futuro, quando stranieri di fama cominceranno a venire a Mosca.
2.
Accordiamoci una volta per tutte: l’abitazione è la pietra angolare della vita umana. Accettiamo il fatto come un assioma: senza abitazione, l’uomo non può esistere. E per di più, io qui informo quanti vivono a Berlino, Parigi, Londra e altrove: a Mosca, non ci sono appartamenti. – Come vive, allora, la gente? -. – Vivono così, signore. -. – Senza appartamenti. -. Ma non è questo il punto. Gli ultimi tre anni a Mosca m’hanno definitivamente convinto che i moscoviti hanno dimenticato il senso stesso della parola ‘appartamento’ e la usano per qualunque spazio dove ci si trovi a vivere. Così, ad esempio, non molto tempo fa, davanti ai miei stessi occhi un giornalista di mia conoscenza ricevette un documento: ‘Assegnate al compagno Tal dei tali un appartamento nel palazzo n.7 (quello dove si trova la tipografia)’. Firma e suggello rotondo. Il compagno Tal dei tali ricevette un appartamento e quella sera io piombai sul compagno Tal dei tali. Su tutta la scala, priva di corrimano, era stata rovesciata una zuppa di cavoli e, di traverso, pendeva un filo mangiato grosso come un serpente giarrettiera. All’ultimo piano, dopo esser passato sopra uno strato di vetri rotti, al di là di certe finestre schermate a mezzo con assi di legno, capitai in uno spazio buio e smorto, dove cominciai a gridare. Una striscia di luce rispose alle mie grida, finché, entrato chissà dove, trovai il mio amico. Ma dov’ero entrato? Solo il diavolo può dirlo! Era un posto buio come il pozzo d’una miniera, diviso da tramezzi di compensato in cinque sezioni somiglianti a cappelliere allungate. Nella cappelliera di mezzo, su un letto, sedeva il mio amico; di fianco al mio amico, sua moglie, di fianco a sua moglie, il fratello del mio amico, e il suddetto fratello stava disegnando a carboncino il ritratto della moglie sulla parete opposta, senza alzarsi dal letto, ma semplicemente stendendo la mano..La moglie leggeva Tarzan. Quei tre vivevano in una cabina del telefono. Voi che abitate a Berlino, pensate a come vi sentireste, se vi trasferissero in una cabina del telefono. per tutto l’appartamento si poteva udire un bisbiglio o il rumore d’un fiammifero caduto a terra, e la loro era la sezione centrale..
Mio Dio! Me ne andai senza perdere un secondo, ma loro rimasero. Io trascorsi un quarto d’ora in quella specie di cappelliera, ma loro vivono là da sette mesi. Sì, cari concittadini, quando tornai a casa mi resi conto per la prima volta che tutto, a questo mondo, è relativo e arbitrario. Mi parve di vivere in un palazzo e, a ogni porta, c’era un valletto incipriato con una livrea rossa e regnava un silenzio abissale. Gran cosa, il silenzio. Il silenzio è il dono degli dei, un paradiso.
Ma ho pur sempre una porta (così come ho una stanza) e questa porta s’apre direttamente nel corridoio di passaggio e a pochi passi in diagonale vivono il ben noto Vasilij Ivanovic e la sua ben nota consorte. Lo giuro su tutto quello che c’è di più sacro, ogni volta che siedo a scrivere di Mosca, s’erge la maledetta immagine di Vasilij Ivanovic. Tutti voi vi renderete conto che quest’uomo può rendere la vita impossibile in qualsiasi appartamento, e di fatto la rendeva impossibile. Tutte le sue azioni tendono a nuocere ai vicini e non c’è articolo del Codice della Repubblica che non abbia violato..E’ un gran peccato che nessun articolo del codice proibisca di suonare la fisarmonica negli appartamenti. Bene, lui suonava. Dico che suonava perché ora non suona più. Forse i rimorsi della coscienza hanno fermato quell’uomo? Oh, no: certe strane persone venute da Berlino: l’ha venduta per comprarsi da bere. In una parola, non è una persona concepibile all’interno del consorzio umano e, anche prendendo in considerazione la sua nascita, non mi riesce di perdonarlo. Io ragiono così: lui dovrebbe offrire a me (uomo di dubbi natali) un esempio di rettitudine, e non io a lui. E provatemi che ho torto.
Sicché, da tre anni, ormai vivo nello stesso appartamento di Vasilij Ivanovic, né so per quanto durerà ancora. Forse fino alla fine della mia vita, ma ora, dopo la visita nella cappelliera, mi sento meglio. Non c’è alcun bisogno di prendersela tanto, cittadini!”: pp.185-190

diavMichail Bulgakov, DIABOLICHE, traduzione di Piero Ferrari, a c. di Ellendea Proffer e Carl L. Proffer. In sovracoperta: Illustrazione da un manifesto di Alexander Rodcenko, Milano, Interno Giallo s.r.l.,1990, pp.1-240.
Undici racconti fantastici di Bulgakov (Kiev, 1891 – Mcsca, 1936)

pp.7-21, Introduzione e Note all’introduzione.
pp.23-65
pp.66-148
pp.149-158
pp.159-170
pp.171-184
pp.185-192 pp.193-198
pp.199-206
pp.207-213
pp.214-221 <L’incursione>
pp.222-240 <L’isola purpurea>


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