William Faulkner, SARTORIS

wilBEPPE OTTONE

Romanzo ben strutturato, ancora attuale.

Quattro generazioni di Sartoris, comprese tra la guerra di secessione e la prima guerra mondiale, testimoniano la decadenza di una famiglia e insieme il crollo del vecchio Sud feudale e agricolo, la cui dimensione leggendaria invischia dei suoi ingannevoli sogni l’animo del giovane Bayard Sartoris, vittima di una tradizione familiare che è passione del rischio e violenza.
Oppresso dal ricordo del fratello morto nel corso di una battaglia aerea, Bayard, nel disperato tentativo di sottrarsi a un passato non suo rivivendone il momento eroico, si abbandona a imprese temerarie coinvolgendo nel suo furore l’intera famiglia. Ambientato nell’immaginaria città di Jefferson, luogo di azione di tanti personaggi di Faulkner, Sartoris segna l’inizio della grande produzione dello scrittore: il sovvertimento dell’ordine cronologico degli avvenimenti, l’uso del tempo come dimensione esclusivamente psicologica, e quello personalissimo di una tecnica narrativa che alterna procedimenti naturalistici al monologo interiore, l’irruente forza creativa, il respiro epico della narrazione anticipano i suoi romanzi più famosi, da L’urlo e il furore (1929) a Santuario (1931).

“..Già da un anno la cardatrice lavorava ininterrottamente sia per il cotone dei Sartoris che per quello di altri piantatori della valle alta, e di coltivatori minori coi campi arrampicati fra le colline..Uno dei negri, una specie di patriarca tra i contadini, era padrone della macina e del mulo che forniva la forza motrice. Egli spremeva le canne e sorvegliava la cottura del succo, riscuotendo un decimo, e quando arrivarono Bayard e Narcissa, il mulo andava attorno nel suo cerchio monotono e paziente, gli zoccoli fruscianti nel midollo spremuto delle canne, mentre uno dei nipoti del patriarca riforniva di canne il frantoio.

(...elogio del mulo...)

(…elogio del mulo…)

Il mulo girava torno torno, posando con eleganza i suoi zoccoli piccoli come quelli dei cervi tra le canne fruscianti, il collo oscillante su e giù e sporgente dal collare come un pezzo di tubo di gomma e i fianchi segnati di callosità dall’attrito, le orecchie rimbalzanti senza vita, i maligni occhi mezzo chiusi dietro le palpebre pallide, apparentemente addormentati dalla monotonia del movimento. Qualche Omero dei campi di cotone dovrebbe cantare la saga del mulo e del suo posto nel Sud. Fu lui, più di qualunque altra cosa o creatura, che, saldo sulla gleba allorché tutto il resto crollava dinanzi alla disperata inesorabilità degli eventi, inattaccabile da circostanze che spezzavano i cuori umani, grazie alla sua maligna e paziente preoccupazione dell’immediato presente, riscattò il Sud prostrato dal tallone di ferro della Ricostruzione e gl’insegnò di nuovo la dignità attraverso l’umiltà e il coraggio attraverso il superamento delle avversità; e compì il quasi impossibile, malgrado gli insormontabili ostacoli, soltanto con la tenace e rivendicatrice pazienza. Non al padre né alla madre esso somiglia, figli e figlie non ne avrà mai; vendicativo e paziente (è un fatto provato che lavorerà per voi di buona lena e pazientemente dieci anni, per il privilegio di darvi un calcio una sola volta); solitario, ma senza orgoglio, bastante a se stesso ma senza vanità; la sua voce è la derisione di se stesso. Reietto e paria, non ha amico, nè moglie, nè amante, nè fidanzata; celibe, esso è invulnerabile; non possiede né una colonna né una grotta nel deserto, non è assalito da tentazioni, né flagellato da sogni, né confortato da visioni; fede, speranza e carità non sono per lui. Misantropo, lavora sei giorni senza compenso per una creatura che odia, legato da catene a un altro che disprezza, e passa il settimo giorno a tirar calci o a prenderne dai suoi compagni..Vivo, è trascinato per il mondo, oggetto di derisione generale; senza lagrime, senza onorificenze e senza canti, le sue ossa grottesche e accusatrici s’imbiancano tra i cocci, le latte arrugginite e i pneumatici fuori uso, sui fianchi di colline solitarie, mentre la sua carne, a sua insaputa, vola contro l’azzurro del cielo negli artigli dei bozzagri..”

sarWilliam Faulkner, SARTORIS, @ 1929, traduzione di Maria Stella Ferrari, Milano, Garzanti, 1955, pp.1-451


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