Lucio Mastronardi, L’ASSICURATORE

macdi BeppeOttone

Serata indimenticabile
Olga, un’operaia, fan del cantante X, in occasione dell’esibizione di questi alla ‘Lucciola’ di Vigevano, non riesce a incontrarlo.

Dalla santa
“..La santa di Vigevano abitava nella vallata di San Martino, vecchio rione della città, ed eseguiva tutti i compiti della santa: guariva i malati, consigliava gli incerti e, come le varie sibille, dava spesso risposte stranissime, piccoli rompicapo: per di più emesse su ‘fotografie’ di Gesù formato tessera. Per i compensi, sul tavolo c’era una scatola di scarpe con un buco sul coperchio. Incomparabile simbolo, quella scatola, della fusione tra bigottismo e industria, soldi per Dio e soldi per la banca..”

Le mie prigioni
“Sono entrato in prigione a metà mattina. C’era meno buio di quel che pensavo..Il direttore m’accolse con benevolenza. E’ quasi quattro anni, disse, che dirige il collegio di Vigevano, e il suo lavoro aderisce al motto: VIGILANDO REDIMERE, scritto in grosso su una parete. – Preferite stare solo, o male accompagnato? – Male accompagnato! – Vuole libri? – Sì. Ha chiamato le sue figliole dalla finestra, e queste sono comparse..Fra i libri che le ragazze mi porgevano presi Padri e figli.. Era l’ora di pranzo quando entrai in cella, al secondo piano, l’ultima d’un breve corridoio. La guardia che m’accompagnava mi diceva che quella è la migliore cella. Ci mettono i detenuti che hanno l’ottimo in condotta. Sull’uscio c’erano i miei due compagni. Uno stava dando da mangiare al pappagallino, là nella gabbia sulla parete del corridoio, l’altro accarezzava un gatto, un gattone grasso, ma così grasso, che sembrava facesse fatica camminare. Erano sui trentacinque, anche meno, vestiti della festa. Si fecero le presentazioni. Uno faceva il sarto, l’altro il barbiere. Mi fece l’impressione d’entrare in una casa operaia. La macchina da cucire, il lavandino, un tavolino con barattoli di caffè e zucchero, il fornello e i pentolini, la mensoletta con sopra dentifrici e spazzolini e saponette, i vestiti scuciti e tagliati che pendevano da un ramino, un pesante ferro da stiro sul tavolo; lo stesso tavolo apparecchiato con tovaglia, tovaglioli, fiasco e piatti; gli arnesi da sarto posati su un comodino accanto al letto; quelli da barbiere posati vicino all’altro letto; le fotografie di ragazzi incorniciate sulle pareti, tutto dava un’aria familiare. Da poco avevano sistemato una terza branda vicino al calorifero, la mia. Il pranzo era pronto: pastasciutta e bollito. – Io sono quello di quel fatto, che ne hanno parlato i giornali quattro anni fa -, cominciò a dire il barbiere. – Che fatto? – Mi parlò d’un furto, fatto con stile, da loro due, non ricordo più dove. – Ci hanno preso perché ci siamo fidati di uno che…di uno che lavorare non lavorava, rubare non rubava, quindi più che spione poteva non essere! – seguitò il barbiere.
Finito di mangiare sgombrarono la tavola. Era domenica, giorno di colloquio: fra un’ora avrebbero avuto visite..
Trillò il campanello, cominciava il colloquio. Restammo il barbiere e io; ci bevevamo il caffè stesi sulle brande..
Dalla finestra guardavo farsi sera. Sopra un tappeto di tetti si stagliava l’ultimo pezzo della torre, illuminata..
il sarto aveva fatto comprare ravioli, che divise con me e il barbiere che glieli aveva cucinati. – Vi trattate piuttosto bene! -, dissi. – Quando si lavora -, disse il sarto. Disse che non si fa mancare niente, e riesce a mandare alla moglie dieci, quindici, anche venti sacchi; conforme il mese. – Anch’io -, disse il barbiere. – Sedinò ci toccava fare le penne! -, disse il sarto, regalandomi una penna a sfera, a due refill blu e rosso, uguale a quelle che uso a scuola. – Le fanno qui1 – . Disse che la ditta manda il materiale, i carcerati le montano. Due lire l’una. Lavoro a cottimo..Tornato in cella presi a leggere Padri e figli, mentre il sarto lavorava. Il barbiere era in giro, anche lui a lavorare. Per tutto il pomeriggio mi veniva il brusio dal laboratorio: klik metallici si svaporavano nell’aria. Ogni tanto interrompevo la lettura: avevo voglia di parlare, ma il sarto era troppo preso. Dopo mangiato una guardia portò del torrone, allora mi ricordai che quel giorno era la festa del Patrono. Per quella sera niente carte. Il barbiere era avvilito. Aveva letto su un giornale che mi trovavo in compagnia di due ladri di polli. Stesi sul letto, guardavano il soffitto con aria umiliata. – Non sanno chi sono! – borbottava il barbiere. Il sarto taceva, con aria contenuta. Andammo a letto in un mortificato silenzio. Al martedì m’alzai tardi. Il barbiere mi sbarbò. Aveva la mano leggera e sicura, mi fece proprio la faccia nuda. Venne a trovarci il prete; ci parlò del Concilio..Era mezzogiorno; avevo da poco finito di mangiare un risotto quando una guardia mi portò la notizia della scarcerazione. – Febbraio non è lontano! -, dicevano i compagni. – Arrivederci a febbraio! -, ripetevano..”

assLucio Mastronardi, L’ASSICURATORE, copertina di John Alcorn, Milano, Rizzoli, 1971, pp.1-199

p.7 Impiegato d’ordine
p.24 L’assicuratore
p.63 La ballata del vecchio calzolaio
p.102 Serata indimenticabile
p.110 L’esame
p.120 La sigaretta
p.125 L’accovacciato
p.129 Dalla santa
p.137 Gli uomini sandwich
p.168 Il compleanno
p.190 Le mie prigioni


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