Ma quali grandi sacrifici?

Vito Ventrella

In questi giorni si è parlato dei grandi sacrifici fatti dagli italiani che sono rimasti a casa (in pantofole?) per via del coronavirus che ha infestato gran parte dell’Italia. GRANDI SACRIFICI. Sacrifici, sì, grandi no. Piccoli, talmente piccoli da non arrecare danno a chi non aveva e non ha un’attività. Si è potuto uscire per la spesa, per fare quattro passi sotto casa – c’è chi ha preferito farli addirittura sopra, sui terrazzi. È stato anche questo un sacrificio?

Da cosa deriva la convinzione che si sono fatti dei grandi sacrifici? Forse dal fatto che la popolazione, dai dieci anni in su fino ai settanta e passa, è abituata a stare più fuori che a casa, più tempo a divertirsi che ad annoiarsi. Ovvero, la nostra è diventata una società edonistica per definizione, non c’è nulla che facciamo senza la ricerca del piacere o della felicità, due cose, una più ambigua dell’altra. La felicità, beato chi la trova nelle grandi come nelle piccole cose – nelle piccole resta dov’è ad aspettarci se un giorno ci ha trovati, nelle grandi no, vola via poiché le cose grandi ci vuole tempo per costruirle, a meno che non siano un pensiero. In tal caso, bravo chi ha pensieri che lo rendano felice.

Ma i veri sacrifici, signori, non sono quelli che si chiedono ad una famiglia di non uscire di casa tutti i santi giorni a tutte le ore del giorno. Sono quelli durati più di un giorno, mesi, anni alle generazioni passate, ora vecchie e malandate se non infettate. Si pensi ai sacrifici che si sono prolungati per anni, a volte per secoli dell’era passata. A CASA TUTTE LE SERE QUANDO NON C’ERA NEMMENO LA TV.

Non parliamo di grandi sacrifici, a meno che non si alluda alla chiusura di botteghe, fabbriche, piccoli negozi, preziose attività, boutique, parrucchieri, fabbri. Scassinatori? No. Non uscire di casa è qualcosa di meno di un sacrificio. In molti casi non è una condanna, ma un immeritato riposo.


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