Corrado Covoni, MANOSCRITTO NELLA BOTTIGLIA

 Corrado Govoni Corrado Govoni (Tàmara, 29 ottobre 1884 – Lido dei Pini, 20 ottobre 1965) è stato un poeta italiano. Dopo una prima esperienza crepuscolare aderì al futurismo, staccandosene in seguito per tentare la prosa e il teatro.
Corrado Govoni (Tàmara, 29 ottobre 1884 – Lido dei Pini, 20 ottobre 1965) è stato un poeta italiano.
Dopo una prima esperienza crepuscolare aderì al futurismo, staccandosene in seguito per tentare la prosa e il teatro.

Poesie di Govoni (1884-1959)

p.178 Luna al paese di mia madre
Tarda sale la luna verso l’alba,
logora e grigia senza forza d’ombra
o di schiarire in sogno acque dormenti,
sopra i monti sereni.
Appena impallidito dagli ulivi
snoda il torrente e sfuma nella valle
la sua traccia di serpe in mezzo all’erba.
E quando il sole all’improvviso versa
dal crinale incendiato la colata
del suo sorriso ardente,
pare rapita in cielo trasparente:
agonizzante lume d’osteria
in fondo all’ignoto paese,
lanterna gialla di sonno
di carrettiere
lungo l’azzurro stradone,
vecchia coda smarrita d’aquilone.

p.179 Luna di settembre
Pallido fiore della stanca sera
che t’apri nella fresca acqua dell’ombra,
come in un vel di sonno in te si calano
alberi spogli, e lontane colline,
leggera linea di gualcito cielo.
S’incanta nel tuo lenitivo gelo
anche il dente del cane avvelenato
che con un occhio torbido di sogni
pieni di sacchi d’ossa, ladri e spettri
facilitati dalle tue finestre,
dal suo covo di paglia affumicata
segue il tuo lento viaggio finché l’alba
disegnata e confusa sulla terra
non lascia che la tua brinosa traccia.

mughettop.199 Nascita del mughetto
– Io voglio un nuovo fiore
che sia uno e sia tanti
senza spine né sepali
né calice né urna, un po’ smerlato
né goccia d’acqua né rugiada;
se anche di lattea giada,
non sia campanula né campanile;
non sia fiore né spiga,
né spiga né pannocchia o inflorescenza
che sia tanti fiori e sembri senza,
non sia corrente né rampicante;
sia piccolino quasi invisibile
tra lunghe orecchie d’erba madre;
e questo strano fiore
abbia quasi la forma del suo odore. –
Si rivolse così alla fantasia
l’esigente natura: – Ho detto! -.
Ed era già nato il mughetto.

luccp.204 Lucciola
“..Il suo gioco fantastico è coi fiori.
Hanno appena finito
d’impastare di stringere e calcare
in palline boccioli fusi e tubi
d’esplosivi le muffe delle stelle
dei vecchi cimiteri
con la lana d’acciaio
di polvere di gemme germinate
nella carta da musica
per usignoli ciechi e raganelle.
gli allegri fuochi d’artifizio
per tante loro misteriose sagre,
la Madonna dei pappi e degli spini
e dei ragni dei fossi,
le Vergini del polline del fieno
e dei fiori dell’uva,
con tutti i Santi delle foglie morte
della brina e dei primi pettirossi;
paradisi di petali e di piume,
da schiudere a comando.
Quando viene la lucciola incendiaria.
Vuol veder da vicino
cosa sognano i fiori ancora chiusi
nei loro verdi letti;
e col fuoco imprudente del cerino
butta ogni cosa all’aria
come una fabbrica di mortaretti.”

p.207 Angeli
Sono così delicati
che la pioggia di stelle più lontana
li inzupperebbe;
che l’incontro del lampo d’una lucciola
come uno spettro verde
li terrorizzerebbe,
come una diluviante cascata
li distruggerebbe
la più fresca folata;
una sol nota d’usignuolo
li renderebbe sordi
anche alla voce di Dio.
E come puoi pretendere
di sentire e vedere gli angeli?
Solo in sogno i bambini innocenti
senton passare il magico fruscio
degli angeli che vanno e vengono da Dio.

p.208 Piccola chiesa
La brina è la tovaglia dell’altare
l’acquasanta è la rugiada.
I bei ceri tatuati
sono gli stessi fiori
con i grani d’incenso dell’odore;
tutti i bocciuoli chiusi fanno a gara
di suonare i lor campanelli del chierico
come se fosse ogni momento il Sanctus;
come se fosse sempre l’Elevazione,
le foglie come donne ginocchioni
fan con la lingua croci e croci
nelle polvere amara.
Un grande girasole albino
s’alza e s’abbassa sulla folla
ostensorio di ghiaccio e d’argento
con l’ostia di sole del Sacramento.

p.224 Suonatore

Giovane cieco fisarmonicista
che suoni sulla porta del fornaio,
scuotendo il capo per segnare il tempo
come cercassi qualche cosa in cielo,
tu pensi certamente:
se avessi gli occhi, quello che vedrei!
Io nulla vedo, quando sbarro i miei,
se non nero di terra e nero d’uomini,
giovane cieco credulo
che verso sconosciuti cieli ruoti
le bucce d’uva dei tuoi occhi vuoti.

p.236 L’alcova del vagabondo
Del castello di cui non è più in piedi
che qualche muro d’edera è il signore.
Sotto il ponte si corica
con la volta d’un grande arco d’alcova
con cortinaggi d’ombra vellutata
e cordoni di stelle che serpeggiano
sulla fresca corrente:
dove la luna di settembre
bagna indolentemente, bella e stanca,
come un minuto strascico di foglie
che a rughe d’acqua e luce si confonde,
il suo spettro di cigno sopra l’onde.

p.250 Mendicanti del cielo
Stampellari e gruccianti
straccioni giramondo e giracielo,
inzuppati di pioggia e impolverati,
con le penne cascanti
saltellan sulle soglie e contro i vetri
con quell’aria straniera sulla terra
che han solo i pazzi e i santi:
passeri, cincie, pettirossi.
Chissà da dove vengono: dal mare,
dai monti, da chimerici paesi?
Angeli intirizziti ed affamati
dormono solo sotto la rugiada
sopra una paglia d’erba: la lor patria
è come per gli zingari la strada.
Non tendono la mano ed il cappello,
non hanno tasche e sporte,
non sanno mormorar false preghiere,
e vanno in giro a piedi scalzi nati
per lasciare sul fango e nella neve
infiniti stampini di trifogli.
Mangiano in fretta briciole di pane
e cascami di grano, e intorno inquieti
si guardan come ladri.
Se qualcuno li interroga curioso,
tremando di paura come foglie
se ne volano via verso i sobborghi
di qualche loro aereo paradiso,
battendo contro i vetri e sulle soglie
il bordone del becco, il loro addio.”

bottigliaCorrado Covoni, MANOSCRITTO NELLA BOTTIGLIA, @1954,Saggioi ntroduttivo ,pp.V-XXXVI, di Giuseppe Ravegnani. Milano, Mondadori, pp.1-281


BEPPE OTTONE

 

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