Disse il paese

torittoDisse il paese
sei venuto a trovarmi un giorno in cui pioveva,
hai visto dove bivaccano le giostre,
gli strali luminosi
di una festa che andava spegnendosi,
le luminarie di San Rocco hai visto
coi lucciconi,
hai visto che ai bambini è difficile
che un po’ di pioggia tolga il sorriso,

mentre tu, col gomito al finestrino,
ti chiedi perché
le gocciole che cadono
sulle tue sopracciglia
scuriscono lo sguardo
che ad essi invece ravviva,

perché sui loro ciuffi
la pioggia scivola accaldata
e nei tuoi capelli si ferma
e si ghiaccia
nella vana attesa
di un fuoco che l’asciughi.

Le tue domande non giocano più,
vai, vecchio bambino,
e torna da me quando c’è il sole,
disse il paese.

Ed io vagai,
andai oltre il ballatoio del Comune
fermo al suo rosa stinto,
e vidi più in là,
accanto alla chiesa di San Giuseppe,
un maestoso abete,
uno di quegli alberi per cui perdo la testa
e non perché sia santo l’abete
e poco religiose le magnolie
che fanno di via Salvo D’Acquisto
un lungo ispirato altare.

Per me,
il sole cui mi riscaldo è il verde,
anche il verde pungente dell’ulivo
che appare e dispare
in fondo a qualche vicolo
e fa pensare alla gente
che dorme con gli alberi in casa
o nel cortile,
a persone gentili
che appena sveglie ne accarezzano
le foglie minute
come fossero aspri pensieri
e degli alberi sognano
il sentiero delle capre
che riporta il sonno leggero del mattino
al loro biancheggiante belato.

Questo so per averci pensato,
per essermi fermato a guardare l’abete
che brillava
coi suoi corti aghi
accanto a una chiesa severa
e muta.

Via della Strada

Torna quando c’è il sole,
disse il paese,
e vedrai che un po’ di quella pietra
che hai morso coi piedi
come se fosse pane indurito,
ti riporterà al tuono,
ai lampi,
al limpido rumore delle acque
che sfangavano nei fianchi
di questa strada contadina.

La via è sovrascritta,
vi si legge a malapena via Marcello Bonocc
stampata col vecchio metodo
delle forme di rame,
ma se chiedi a quella signora,
ti dirà che si chiama via Marcello Bonacchi
e non è tutto…

Davanti a te il marciapiede è alto,
ha chianche regolari,
ma sembra il greto di un fiume
dove ogni sasso è un gioiello
di forma e bellezza,
di luce e certezza,

la strada, osservala bene,
raccoglieva le acque alluvionali
in discesa dal cielo degli uliveti,
Strada del ponte,
così si chiamava, dice l’anziana,
e te ne indica le piccole arcate,
ma anticamente la gente si limitava
a indicarla come la via della Strada,
questo era il suo nome biblico…

Non ridere, ascoltala,
e ragiona:

la via della Strada
è la spina dorsale cui era affidata
la salute del borgo,
la strada che al solo vederla
hai amato più del cortile,
più del pontile, più della villa,
più della città,

più avanti, altri ti parleranno di essa
come di una via torrentizia
per dove venivano giù balle di fieno
bestie e carrette
che ostruivano le basse arcate del ponte
offrendo miseria
lavoro e spettacolo alla gente.

Per te sia ora lucido canto,
la via che fu del rosario
e delle bestemmie,
la via dei cani che inseguivano l’acqua
coi loro latrati,
la via della Strada
che salvò il raccolto,
il gregge,
la lana, la sua bianca mammella,
il latte,
il profondo sospiro del neonato.


(Queste poesie concrete si riferiscono a un paese di nome Toritto)vitovent1942

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