Jorge Luis Borges, ELOGIO DELL’OMBRA

borp.45 Ricardo Guiraldes

“Nessuno scorderà la cortesia
che era la naturale, la prima
forma del suo essere buono, vero segno
d’uno spirito chiaro quanto il giorno.
Neppure scorderò la generosa
serenità, il fine volto forte,
i lumi della gloria e della morte,
né la mano che tenta la chitarra.
Come nel puro sogno d’uno specchio
(tu sei la realtà, io il suo riflesso)
ti rivedo che conversi con noi
in Quintana. Sei lì, magico e morto.
Finalmente, Ricardo, è tuo l’aperto
campo dell’ieri, l’alba dei puledri.”


pp.103-107 Buenos Aires

“Che sarà Buenos Aires?..
E’ il crescente labirinto di luci che scorgiamo dall’aeroplano e sotto il quale sono la terrazza, il marciapiede, l’ultimo cortile, le cose quiete..
E’ una lunga strada di case basse, persa e trasfigurata nel tramonto..
E’ un’insegna scolorita o un dagherrotipo sbiadito, cose del tempo..
E’ un’alta casa del Sud nella quale mia moglie ed io traducemmo Whitman, la cui grande eco potesse almeno riflettersi in questa pagina..
Buenos Aires è l’altra strada, quella che non ho calpestata, è il centro segreto degl’isolati, dei cortili estremi, è ciò che le facciate nascondono, è il mio nemico, se ne ho uno, è la persona cui danno fastidio i miei versi (dan fastidio anche a me), è la modesta libreria nella quale forse siamo entrati e che abbiamo dimenticata, è il brano di milonga fischiato che non riconosciamo e che ci commuove, è quanto s’è perduto e quanto sarà, è il successivo, l’altrui, ciò che è posto di lato, il quartiere che non è tuo né mio, quanto ignoriamo e amiamo.”

pp.125-127 Un lettore

“Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte;
me mi fanno orgoglioso quelle lette.
Non sarò stato un filologo,
non avrò investigato le declinazioni, i modi, il laborioso mutare delle lettere,
la d che indurisce in t,
l’equivalenza della g e della k,
ma nel corso degli anni ho professato
la passione della lingua.
Le mie notti sono piene di Virgilio;
aver saputo e scordato il latino
è possederlo, perché anche l’oblio
è una forma della memoria, la sua vaga cava,
l’altra faccia segreta della moneta.
Quando si cancellarono ai miei occhi
le vane apparenze che amavo,
i volti e la pagina,
mi detti allo studio del linguaggio di ferro
che usarono i miei antichi per cantare
solitudini e spade,
e ora, attraversando sette secoli,
dall’Ultima Thule,
la tua voce mi giunge, Snorri Sturluson.
Dinanzi al libro, il giovane s’impone una disciplina precisa
e lo fa in vista d’un preciso conoscere;
ai miei anni ogni impresa è un’avventura
il cui confine è la notte.
Non finirò di decifrare le antiche lingue del Nord,
non tufferò le mani ansiose nell’oro di Sigurd;
il compito cui attendo è illimitato
e dovrà accompagnarmi fino all’ultimo,
non meno misterioso dell’universo
e di me, l’apprendista.”

pp.129-131 Elogio dell’ombra

“La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo più felice.
E’ morto l’animale o quasi è morto.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires, che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Undici
e le precarie case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito d’Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne son quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi ed altri,
non hanno lettere i fogli dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
e invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che leggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che m’han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giungo al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.”

ombraJorge Luis Borges, ELOGIO DELL’OMBRA, versione con testo a fronte e Prefazione: ‘Paragrafi sull’ultimo Borges’, pp.5-10, di Francesco Tentori Montaldo, Torino, Einaudi, 1977, pp.1-197

p.11 Elogio dell’ombra
p.133 Abbozzo di autobiografia


BEPPE OTTONE

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