Lucio Mastronardi, IL CALZOLAIO DI VIGEVANO

luciodi Beppe Ottone

Bellissimo romanzo dell’amico Lucio (Vigevano, 1930 – suicida nelle acque del Ticino, 1979).

“i., p.9
A Vigevano l’hanno sempre conosciuto come Micca. Fa Mario Sala di nome e viene dalla più antica famiglia di artigiani scarpari. Tozzo, picciotto, le orecchie a bandiera, e due occhi che diventano fuoco sentir parlare di lavoro e quibus. Dopo morto diventerà conte, in virtù d’un decreto emanato dalla regina Teodolinda dei Longobardi, sempre valido. Conti furono i suoi bisnonni e i suoi nonni. Il padre di Mario, non discorriamone l’artigiano che era; basta dire che in paese, per intendere uno coi soldi, si diceva che mostrava i suoi pé a Micca il vecchio..Suo padre lo tenne a casa dopo le tre scuole, e lo mise a banchetto in bottega. E Mario imprese a fare scarpe che erano più belle di quelle che faceva il suo vecchio. A quattordici anni piantò la bottega e andò in fabbrica a farsi l’esperienza e mani e occhio ai macchinari. – Bella roba le scarpe di fabbrica! A dodici alla volta, a macchina, come se tutti i pé son tutti uguali – diceva suo padre. Ma la gente ragiona così: mei tre para di fabbricato, che uno fatto apposta con tutti i sentimenti, della festa. Mario sapeva stare alla trancia e alla blake e allo smeriglio e alla fresa; adoperare la cucitora e disegnare modelli, e svilupparli. Passati i venticinque anni si straccò di lavorare sotto padrone. I padroni se lo contendevano a suon di scudi, gli facevano fare straordinari a prezzo triplo. Voleva venire lui padrone. Mettere in piedi un fabbrichino, fare una produzione d’una mezza dozzina di dozzine il giorno, tanto per cominciare. Davanti aveva esempi che parlavano da soli..Micca sapeva d’essere artista come artigiano e operaio da comando. Quando monsignore fece il concorso per le pantofole del Papa, le sue risultarono le più belle. E Sua Santità gli mandò ringraziamenti benedizioni elogi proprio scritto da lui. In un altro concorso vinse il martelletto d’argento. Di buli ce n’erano: a tutti, compreso suo padre, gli bagnò il naso..E se la gente gli diceva che verrà più di padron Bisso e padron Bertelli, rispondeva che il vecchio gli sbusia le saccocce, l’anima mi mangia. Così, arrivato sotto i trenta, decise di mandarlo all’ospizio e prendere moglie. Non faceva storie in ‘sta faccenda. Voleva una che lavorasse da giuntora e fosse brava nel mestiere. Le giuntore le pagano a quindicina. Una che sa il suo verso prende tanto più d’un impiegato con tanto di studio e certificato. Se è bella meglio ancora, sennò amen, che smorzato il chiaro la donna è un buco. A Vigevano donne laboriose se ne trova quanto se ne vuole: basta metter fuori il cappello che saltano dentro. Si scelse una piccolina come lui, del suo tempo, senza pretese. Luisa..E vivevano di gamelle di minestra fatta col lardo e i fagioli. E il conto saliva e gli zeri si slungano sui libretti. Luisa s’adattò a quella vita. Nemmeno per lei ci furono più feste, tempo. Queste erano le giornate di maggior fatica che alle cinque ore l’uomo la scrollava: svigiat! e fino a notte, giù delle belle cicasse in mano e alé. Due anni di quella miseria e Luisa deperì che le venne la faccia brutta di cuore, e l’andana stanca..Luisa tirava avanti facendosi forza e coraggio che la vita è un passaggio. La donna s’era svilita anche per via del più bel sentimento. Aveva un carattere un po’ romantico. Lei avrebbe voluto che Mario la portasse a spasso, come fanno gli uomini che ci tengono alla sua donna, che, diamine! si ricordasse di lei disi no: almeno la sua festa con un regalino, un qualche barlafuso. Mario non ci andava sopra. Se parlava era per dire – Deh! T’è finì il mistè? Deh! Vammi a torre un chilo di smense -..E le veniva una cosa quando le operare le dicevano che ce l’invidiano un uomo così: che non va a donne, non va al trani, non va a pesci e uccelli, giocare sa neanche da che parte si comincia, lavorare lavora, ma che cerchi un mo’?..

V., p.29
Le sette di sera e Mario non era ancora rientrato..Finalmente lo scricchio del saliscendi, Mario era tornato. Le donne lo guardarono stupite. Mario aveva una faccia giuliva che Luisa giurò non avergli mai visto e in mano teneva una bottiglia di vin bianco e una torta con bella carta e nastro celeste. – Salve donne! – disse girando intorno al tavolo. Baciò Luisa con effusione e disse che se non ci fosse stata lei avrebbe baciato volentieri Marion. – Che è successo? – dissero insieme le due donne. Mario sedette a tavola e mentre Luisa faceva riscaldare la minestra volse la carta della torta. Era una pasta frolla, il dolce che piaceva tanto a Luisa. Cominciò a tagliare. – Un buon affare? disse Marion a bocca piena. – E parla! Luisa sedette accanto a Marion di fronte a Mario. – Non ho fame – disse Mario – ho mangiato fuori. Luisa tremava e Mario si divertiva a vedere quelle facce tirate che aspettavano da lui la novità che aveva dentro. – Sedete – disse finendo di mangiare il dolce – che…- Che? – Non l’indovinerete più – disse.- Mi sono messo in società.- Con chi? – chiese Luisa pallida come la luna. Mario spiegò tutto. S’era messo in società con Pelagatta, il padrone del calzaturificio Alba, un’azienda ben piantata. Voleva ingrandirla, aumentare la produzione, che non fa tempo a soddisfare tutte le ordinazioni che riceve. – Un bell’affare! – disse Mario mentre riempiva i bicchieri – garantito davanti al notaro e in municipio. La ditta Pelagatta ha cessato – disse. S’è costituita la società Pelagatta Sala..

VI., p.33
L’affare riuscì come meglio non poteva per Mario. Un’industria, quella, che viene subito dopo le due di padron Bertelli come produzione e tutto. Pelagatta Sala società anonima industria calzature..La vita diventò più da amanti che da sposi. Gli giravano una mega di quattrini da spendere. Una buona parte per il disnare, una buona parte per il vestirsi, che lui è padrone, lei la so’ donna, e quel che resta, in banca, che c’è da pensare alla casa. Luisa seguitava andare a lavorare dal suo padrone e alla festa faceva la siora padrona. A Vigevano le mogli dei padroni han sempre fatto pompa. Ogni domenica mattina c’è passeggio sotto i portici, dalle undici all’una, su e giù da un capo all’altro. Ogni tanto si va in su, si fa la via del Popolo, la stra’ del re buono e s’arriva fin in piazza Fiera, quindi ritorno in Piazza. Intervallo a mezzodì: si va a sentire l’ultima messa in Duomo che come tacca, finisce..

VIII., p.37
A Vigevano arrivò la principessa, la sposa dal fiò dal re. Andò anche a visitare la Pelagatta e quel che Mario contava a Luisa doveva esser vero sì. Il Corriere di Vigevano portò le fotografie, e il faccione di Mario o dalla parte di monsignore o della principessa c’era sempre. – L’an che venga gnarà il re – diceva Mario – e visiterà soltanto la Sala Calzature -. E dava sciak a man piena sul dadrè di Luisa. – Pelagatta fa il pursè: si fa limare patacche e portafogli, bon bon. Va fare il cip: vegaré! – e dài un’altra sculatà, di quelle che fan venire il culo viola. Luisa aveva la faccia d’una mugnaga di don Giacobone..

X., p.41
Il di’ dell’inaugurazione della Mostra erano presenti padroni e artigiani. Dalla sera avanti Mario aveva lavorato tutta notte a arrangiare i tre metri che aveva fittato. Ci aveva fatto l’impianto della luce rossa che s’accendeva e si spegneva; aveva cambiato posto un trenta volte alle tre vetrinette, aveva studiato la maniera che i suoi modelli si mostrassero più degli altri, e quei modelli gli erano costati, l’uno, come sei paia di lusso..Guardava i suoi tre modelli che ci aveva consumato tutto il cervello a farli e pensava a tutto il tempo che ci aveva perso a provare riprovare, fare disfare rifare, finché erano venuti così bene che Luisa stentava crederci che li avesse fatti lui. La scritta Pelagatta Sala s’accendeva e si smorzava..

XI., p.46
Ci furono brutti quarti d’ora per i Sala Il socio aveva disdetto tuttecose, e senza dirgli: tu che pensi? aveva fatto un patto con la bancache lo prendeva per qui e aveva comprato e svuotato quanti più magazzini poté. E di lì a un paio di lune in giro non si trovava néagnello né scagnello e la roba prima era salita al cielo..
Mario volle chiudere in bellezza. andare al veglione dei padroni allo Sport Club, a passare San Silvestro..La festa era cominciata; i presenti guardavano i due – du’ tripé – traversare la sala. Il cameriere li accompagnò al tavolino davanti all’orchestra e Mario ordinò due cognac con zolletta. Luisa si sentiva addosso sguardi malevoli e pensava che non ci voleva stare neanche dipinta..
Mentre tutti parlano e si dànno sulla voce, Mario disse a Luisa se si ricordava dov’erano l’anno scorso, e Luisa disse sì. Le domandò
se è contenta e lei rispose che è contenta tanto, ma di non parlare più di spartirsi dal socio. E Mario disse no e giurò. La Pelagatta Sala seguiterà.

XII., p.47
Mario si trovò il precetto militare. Pensò essere uno scherzo di qualche operaio licenziato, ma quella carta era firmata controfirmata timbrata. Entro tre giorni presentarsi a Baggio in visita di controllo. Mario smaniò, scomodò prefetto e questore, sacramenti e monsignori, nessuno poteva farci niente. La sera della vigilia,, in casa Sala c’era tutto il vicinato. – Ecco la fortuna che g’ho me. E il socio si fa su i barbisi; mi mandano a Baggio a sonà l’organo! Ce l’ha scritta in faccia la sua gioia – diceva Mario..Quando venne il momento di partire, Netto si voltò dall’altra parte e tutta la corte con padron Ferrari che piangeva. – Tornerò: ho la pelle da tamburo! – borbottava Mario..

XXIV., p.82
Mario, sceso dal treno, corse alla fabbrica di Pelagatta. Vide il suo nome scancellato..Guardava i capannoni nuovi freschi di pittura; sull’orto di dietro il muraglione che quarciava la corte, i camion che scaricavano e caricavano roba. Entrò, il portinaio gli sbarrò il passo. – Sior Micca gli ordini sono ordini! – Questo posto te l’ho dato mi! – disse Mario. – Non insistete. andem a fa’ due passi che vi conto tutto!! – So già il pu important!..Il portinaio lo vide tornare con il carretto. Mario infilò le scale degli studi, piombò nell’ufficio di Pelagatta. Gli operari stavano fuori dalla fabbrica – Magari ha la faccia d’entrare come socio un’altra volta. – Pelagatta l’è una ciulla! – Gli darà una caretà di roba e vai forte come un treno!..Mario uscì con la carretta piena di pelle cuoio fodere..

XXV, p.86
Mario fittò un saloncino in brughiera, che di fitto veniva una stupidata, lavorava coi macchinari salvati dal processo. Ma Luisa non era dell’idea. – Se viene poco è perché c’è un perché, con la fame di saloni che c’è in giro! – diceva. E diceva che nessuno lo vuole nanca gratis, che mena gramo. Un padrone, come è entrato lì, ci gira che si visca a fumare coi bigliettoni; un altro versa pece bollente alla moglie, immaginarsi dove. Un altro viene furbo tutto in una volta: fa il doppio gioco, che i nemici si trovano insieme a sfigurargli faccia e profilo; l’ultimo, gli va la sciarpa nella macchina e muore soffocato. Mario faceva le spalle, proverbi. Si fa ratavolare la gallina negra, che tutto il male lo porta via..La baracca andò avanti ancora un pochino poi basta. Si torna sotto padrone..

XXVI., p.89
..Sarà forse ben per levarsi questo chiodo, sarà tutto il tempo libero – sabato e domenica di fila, uhe!, sarà che le mediazioni conviene di più, sarà i bei noli di altri, fatto sta che si mise sotto un’altra volta, in un salonctno della Circonvallazione nuova, quel bel stradone fatto che fare che va dalla barriera Milano alla barriera Mortara, diviso in due parti, per chi va e per chi viene; ma faceva solo lavori stagionali. pedule per le stagioni grame, cenerentole e pantofole per le buone. Finito in fabbrica, attaccavano un’altra giornata per conto suo. – Si podaria risciare, ma volere o volare non ci stiamo dentro in del pressi! – diceva..

XXIX., p.99
Il giorno che i Motta partirono, il gatto girava sognante per la corte, dei versi!.. Si fermò a un cespuglio. Marco allungò la mano, gli afferrò la coda. Cristoforo! Cumparuzzu l’aveva denciato, che si sentì i denti, ehm! dentro fin l’osso, e sulla pelle c’era la coroncina..La mano gli si sgonfiò, che non poteva muovere neanche il didin e la notte gli venne il febbrone..- Per un mese niente lavorare e braccio al collo! – disse il medico. Proprio la destra che con l’altra è buono di far niente. – Anche far mostra di niente, podinò! – si lamentava. Se ne stava tutta la giornata al caffè.
Venivano i due botti, le tre ore, i quatrur, il tempo che in piazza c’è battosi e studenti. Per un po’ sentiva la musica, balla l’orso, del giubbox, le chiacchiere degli studenti che cercan la manéra di diventar siù, contemplando la torre, spicià il tredici, e fanno certi parlari! Disano di quelle robe che basta1 E i’han studià. Lo avvicinavano dei grami cristi che gli volevano vendere roba, combinare l’affare. – Ma sun chì me per quelle spese – rispondeva, finché gli prendeva il nervùs che doveva andare in letto, picchiare un brodo. Dall’America venne la buona nuova e commissioni. ma Mario era in scadenza. Le proroghe sono già scadute, carta canta con la firma. – La settimana quen saremo sull’Informatore, nella colonna protestanti, così tutta la città saprà – diceva e nascondeva macchinari e roba, mentre Luisa voleva andar a dire il suo parere a monsignore..- Ioma perdù faccia e nome, le tue belle idee! – diceva Luisa, e Mario rispondeva che in Italia la roba più onesta che c’è è la truffa. Intanto comprava pelle, e andava da giuntore a domicilio a farsele tagliare, e da ciabattini a montarle, e dal tipografo a stamparci made in Italy..
I creditori volevano rollarcele, l’è no la manéra questa da fa, e Mario diceva che il commercio è come la vita: un giro. Se quello non mi paga no, me podinò pagà, l’è tanta ciara! – e loro, tanto quanto i comprendan, l’è propri insé, t’ha ghè rason, però vogliono il saldo lo stesso..
Viene mattina, Mario scrolla la moglie: – Svigiat! Su che l’è tardi! – e la donna si mette alla macchina, lui al banchetto. Bisogna fare a ora montare un paio di dozzine prima delle sei ore. – Deh Luisa! Fa andà sti man! -. Quando calano pochi minuti all’Ave Maria, Mario si riveste, e pedala verso la stazione, in tempo alla prima corsa. Si mette nel mercolo dell’uscita, guarda le facce dei viaggiatori, e domanda: – Scarpe buon patto? Corame, pellame, articoli per calzature?…Venite dietro me!”

Lucio Mastronardi, IL CALZOLAIO DI VIGEVANOluciano


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