Vito Ventrella, UNA STELLA IN FUGA [dal quartiere Libertà]

scippoDi Beppe Ottone

Romanzo interessante e ben strutturato.

“In una fredda e piovosa sera d’inverno, due oscuri e strani personaggi si presentano al parcheggio della stazione di Bari, chiedono al parcheggiatore abusivo, Nico Ardenne, se li può portare a Brindisi. L’abusivo accetta, lascia sua figlia, Stella, alla stazione, la ragazzina aspetterà invano il suo rientro. Lungo la strada l’abusivo capirà d’essersi cacciato in una trappola, è un prigioniero di guerra o quasi. Al porto di Brindisi lo costringono con le buone a caricare in macchina delle casse pesantissime piene di armi e ad imbarcarsi con loro, diretti in Albania dove, scaricate le casse, tenteranno di eliminarlo. Alla stazione, nel frattempo, sua figlia conosce una bella sbandata, Anne, è giunta dal Nord senza un soldo e si prostituisce. Tra le due donne nasce un sentimento d’amicizia, e quando Anne accetta di salire in macchina con un tipaccio, Stella, sospettosa, li segue in bicicletta e scopre che l’uomo l’ha rapita per poterla prostituire in una villetta all’onorevole di turno. Il padre della bambina riuscirà a liberarsi dei suoi aguzzini, ma per salvare Anne la bambina si trasformerà in una piccola amazzone.”: retro di copertina.

“10.
Berat era a Nord di Valona. Una gita, pensò Nico Ardenne. Lontano da casa non gli andava più di pensare che stesse lavorando per qualcuno – men che meno per la causa di qualcuno. Quelli che dicevano di lavorare per delle cause, erano gli stessi che le vedevano sgonfiarsi e afflosciarsi. Per tenerle in piedi, furori e bestemmie che non bastavano mai. Da fanatici ad assassini il passo era breve.
– Berat la conosci?
Lui non conosceva nessuna Berat, non ci era mai stato, ma se quella era la meta, ci si dirigeva. Gli dissero di fermare al primo distributore per fare benzina. E qui, sfortuna volle, non c’era nemmeno un bar. Peggio per loro. Lui aveva l’acqua e i biscotti. Non s’erano arrischiati a sequestrarglieli.
Venti minuti di marcia e aprì il finestrino. Sputò fuori. Un modo sprezzante d’esprimere la sua autorità. Non l’avesse mai fatto. Per punirlo, uno di loro cavò di tasca un cd e lo inserì nel lettore, almeno fu così che Nico interpretò il suo gesto. Una voce di eunuco prese a gracchiare, diceva che la città di Berat..colpiva subito per il colore bianco delle case tradizionali che avevano le facciate ornate da grandi finestre, sembrava anzi che tra gli albanesi Berat fosse chiamata tradizionalmente ‘la città dalle mille finestre’ e che fosse in lista per entrare nell’elenco dei luoghi protetti dall’UNESCO per il programma World Heritage. Nico ascoltava senza perdere una virgola, ma dimenticava quasi subito, era concentrato sulla strada che stava percorrendo e non gl’importava niente che ’la città dalle mille finestre’ fosse in lista per i posti protetti dall’UNESCO perché non c’era nessuno che proteggeva lui dalla prepotenza degli altri e quel cd che era costretto ad ascoltare ne era la prova.
Chiaro.
Talmente chiaro che per ottenere rispetto era tentato di dichiarare che era un antico discendente della tribù dei Desaratti. Se ne asteneva giusto perché non gli piaceva fare il fanatico, nemmeno per cavarsela.
Al termine della presentazione di Berat, erano quasi arrivati, ma la città non si vedeva. Dov’era la cattedrale di Santa Maria dove si trovavano le icone di Onufri ispirate allo stile bizantino, così espressive da far pensare ad un possibile rapporto tra Onufri e la pittura contemporanea veneta? Dov’era la Chiesa della Santa Trinità? Dov’era la moschea degli scapoli che era stata per molto tempo un luogo dove si esponeva l’arte materiale di Berat? La moschea degli scapoli, ecco un posto dove Nico Ardenne sarebbe andato volentieri.
Invece avevano preso un viale con tanta erba ai lati e arbusti e querce. Dopo due o trecento metri s’erano fermati vicino ad un anonimo casolare. Non così anonimo. Si vedeva bene che era un rifugio di pastori. Un vecchio con la pipa seduto davanti all’uscio. Il gregge non si vedeva. Non si udivano belati, solo qualche grido d’uccelli. Una grande ruota appoggiata alle pareti rustiche. Un pozzo più in là. Arbusti, fascine accatastate, legna, qualche barattolo vuoto di pomodoro arrugginito. Mucchietti di pietrisco. Reti metalliche. Marmitte d’auto. Gomme. Parafanghi. Motori, sedili d’auto. Pezzi di ricambio. Asportati e portati lì. Non era un luogo di demolizione. Semmai di esaltazione.
– Apri il bagagliaio. –
Fine della contemplazione. Aprì il bagagliaio dall’interno..
– Scendi. prendi una delle casse senza lucchetto e portala dentro. –
Nico eseguì. Era convinto che bisognava liberarsi delle casse per liberarsi anche di loro. Non aveva tutti i torti. Uno di essi restò con la cassa che era stata scaricata, gli altri si allontanarono dietro il casolare per fare pipì. Altrettanto fece Nico. si liberò l’intestino dietro un cespuglio. Che pace. Nel cielo passava uno stormo di uccelli.
Porta fortuna, pensò..
Erano passate più di due ore da quando avevano lasciato Valona ed era lì che Nico doveva tornare. Valona voleva dire il traghetto, il traghetto voleva dire la libertà, il ritorno a casa, la vita.
Ma sì, ogni tanto ricordava d’esser stato sequestrato. Non era un bel pensare. Perché se uno pensava d’esser prigioniero, si dava da fare per liberarsi e rischiava d’esser fregato. Meglio non pensarci. Il fatto d’esser ancora alla guida della propria macchina lo confortava. Non era forse vero che gli uomini alla guida di qualcosa pensavano d’essere dei padreterni?
Finora gli era andata ‘bene’. E se gli era andata bene vuol dire che doveva procedere nello stesso modo. Cioè le cose si dovevano svolgere così come sappiamo, che loro ti fornivano il materiale per interessarti alla gita, tu lo ascoltavi, arrivavi al casolare, pigiavi il bottone del bagagliaio, aprivi, scendevi dall’auto, prendevi la cassa, la portavi dentro senza guardare perché tanto era buio, la lasciavi per terra e con la cassa lasciavi per terra l’uomo che non faceva alcun gesto, non diceva nulla e ti lasciava andar via. Si ripassò la scena. Un minimo cambiamento era da ritenere pericoloso quasi come un agguato.
Le casse, quelle scaricate, erano inchiodate. La terza, quella rimasta per ultima, aveva il lucchetto. Rifletti..”

“20.
..Stella fece il punto della situazione. Anne era in attesa dell’onorevole. Questa sì che era una notizia, un vero scoop se fosse stata una giornalista. Peccato, non lo era. Ma avrebbe potuto mettere la cosa online. Non c’era bisogno d’esser dei giornalisti per dare delle notizie. La ragazzina rifletté. Erano in una zona deserta. Da un lato le case, dall’altro gli scogli, il mare, aggressivo, livido come una prugna. Lei, siccome era piccola, doveva avere tanta paura. Con la fionda un po’ meno, ma era meglio non pensarci. Si guardò intorno. Non c’erano luci. Si sentiva il rumore del mare, per il resto era tutto calmo.
Liberare Anne, dopo averci pensato, non era impossibile. Impugnò la fionda. Le tapparelle alle finestre non erano completamente abbassate. Avrebbe fracassato i vetri con un sasso per attirar fuori la donna.. Quando fosse uscita avrebbe mirato alla testa. Forse cadeva per terra al primo colpo. Altrimenti tirava di nuovo. L’importante era fare un po’ di casino in modo che Anne avesse potuto approfittarne per fuggire. Era così che l’avrebbe tirata fuori..Mise in atto il suo piano, tirò fuori un paio di ciottoli da una tasca dello zainetto che n quel momento le appesantiva la schiena e li scagliò con violenza contro la finestra. I vetri della finestra andarono in frantumi..La donnaccia venne fuori come una furia, pronta a mordere e a strangolare il delinquente che ce l’aveva con lei..

La ragazza capì che Stella era venuta a liberarla. Senza chiedersi come avesse fatto a raggiungerla, raccolse la borsa e i vestiti, se li strinse a sé e la seguì di corsa..
Nel tragitto fino a casa, Stella non pensò a nulla. Temeva che pensare fosse pericoloso, potesse invertire il corso delle cose. Si limitò a guardarsi ai lati, a misurare la distanza che la separava da casa, non guardava nemmeno Anne, temeva di cogliere in lei qualche esitazione, un dubbio, di quelle cose che non si possono ignorare dopo averle viste e richiedono che si chieda; – Che c’è, hai cambiato idea? – e che l’altra persona risponda: – Non so, mi sembra d’esser stata un po’ troppo precipitosa…-, cose di questo genere, che servirebbero a tornare sulle proprie decisioni e a far sì che ricadano sui veri responsabili. Responsabile io?”

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Vito Ventrella, UNA STELLA IN FUGA [dal quartiere Libertà], Amazon, 2017, pp.1-252


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